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  • Toyota ed ENI, accordo per una stazione ad idrogeno

     

    L’idrogeno batte un colpo anche in Italia. Toyota ed ENI hanno infatti annunciato un accordo che prevede la costruzione di una nuova stazione di rifornimento e la fornitura di 10 Mirai. La stazione sarà integrata nel nuovo centro direzionale che ENI sta costruendo a San Donato Milanese (MI) e servirà carburanti avanzati come metano, elettricità, Diesel+ – il gasolio ricavato da oli vegetali esausti e di frittura e grassi animali trasformati in cabiocarburante presso gli impianti ENI di Venezia e Gela – ma anche biometano e idrogeno, quest’ultimo prodotto sul posto da elettrolisi dell’acqua utilizzando energia rinnovabile.

    Acqua sei ed acqua ritornerai

    La nuova stazione di San Donato sarà dunque simile a quella H2 Sud Tirol di Bolzano, l’unica funzionante in Italia e la prima abilitata, grazie ad un legge della Provincia autonoma di Bolzano del 2014, ad erogare idrogeno a 700 bar. Tale tecnologia permette di rifornire la Mirai e le più moderne auto fuel cell in soli 3 minuti ed è stata finalmente normata su tutto il territorio italiano grazie al decreto del 23 ottobre 2018 pubblicato sul numero 257 della Gazzetta Ufficiale. L’impianto altoatesino è inoltre inserito in HyFIVE, il progetto cofinanziato dall’Unione Europea per la costruzione di un network composto 185 stazioni di rifornimento. Vi partecipano 15 aziende, tra cui 5 case automobilistiche: BMW, Daimler, Honda, Hyundai e Toyota. Al momento, l’ENI è ancora in attesa delle concessioni per la costruzione della nuova stazione di San Donato e conta di ultimarla entro il 2020. Qualora il progetto avrà successo, saranno costruite altre stazioni sul territorio italiano. Ancora da stabilire il prezzo dell’idrogeno alla clientela, così come l’elenco degli assegnatari delle 10 Mirai destinate al progetto. Toyota ha inoltre firmato nel 2016 un accordo con la municipalità di Venezia che comprende la sperimentazione dell’idrogeno, ma non ancora attuato su questo punto.

    Leggi qui l’articolo riguardo al decreto che autorizza il rifornimento a 700 bar dell’idrogeno per autotrazione 

    Leggi qui il decreto sulla Gazzetta Ufficiale

    Il ritorno a Milano

    L’area metropolitana milanese sarà dunque il primo grande centro nel nostro paese ad essere dotato di una stazione di rifornimento di idrogeno per autotrazione avverando un altro progetto mai portato a termine. Nel 2004 infatti era stata annunciata la costruzione di un impianto presso l’area della Bicocca, ma non è mai andato in porto. L’iniziativa di ENI e Toyota arriva 15 anni dopo e può contare su uno scenario più maturo. Sono infatti più numerosi i modelli, contraddistinti da una tecnologia più evoluta che ha permesso di avere tempi di rifornimento inferiori con autonomie superiori. I prezzi di acquisto sono inoltre notevolmente calati e, pur essendo ancora alti in assoluto, sono destinati a scendere già nel futuro immediato. Sarebbe invece auspicabile l’inserimento dell’idrogeno all’interno di un piano di sostegno strutturale alle nuove forme di mobilità. L’idrogeno è infatti l’elemento più presente in natura e permette di realizzare un ciclo energetico perfetto, nel quale il prodotto finale di scarto è quello iniziale, ovvero l’acqua.

  • La rivoluzione non si fa da soli – Il Ruggito

    di Mario Cianflone – Giornalista del Sole 24 Ore

    Ci sono due lezioni che scaturiscono dall’affaire Renault Fca. La prima è che l’industria dell’auto è e resta strategica dal punto di vista economico come si è visto dall’intervento del governo francese che di fatto ha fatto saltare l’accordo. Giochi di potere e posti di lavoro in ballo testimoniano che l‘automotive è un cardine industriale sul quale ruotano interessi enormi, il benessere di un Paese e di famiglie.

    Questo ci deve far ricordare che l’Auto non deve essere massacrata dalla politica o da normative di decarbonizzazione fortemente viziate da ecoideologie tecnologiche. Ci vuole buon senso, non crociate che poi fanno danni come nel drammatico caso della fabbrica di Bridgend nel Galles che Ford ha deciso di chiudere lasciando a casa 1.700 persone perché a causa delle normative “CO2 2020” prevede un crollo della domanda di motori tre cilindri da 1.5 litri costruiti in quell’impianto. Al posto di un piccolo 1.500 cc Ford userà il mille prodotto in altre strutture. Poi vedremo quanta C02 farà risparmiare un motore cosi piccolo su auto di grossa taglia.

    La seconda lezione che arriva da questi tumultuosi giorni automobilistici è più semplice: senza investimenti rilevanti, senza tecnologie di nuova generazione la trasformazione elettrica e digitale dell’automotive diventa impossibile. Molti costruttori, e in questo Volkswagen è un caso di scuola, hanno investito miliardi in piattafome modulari predisposte per ibride ed elettriche, hanno scommesso cifre enormi per aprire una porta sul futuro (anche quello dei modelli con powertrain tradizionali) e ci stanno entrando. E nascono anche nuove alleanze come quella tra Bmw e Jaguar Land Rover per lo sviluppo di tecnologie per le auto alla spina. Questo avviene perché l’unione fa la forza per ridurre gli ingenti costi di sviluppo.

    Da soli non si può stare, l’industria dell’automobile è ormai un network di attori che condividono e competono. E Fca da sola, senza una partnership di peso, rischia di stare fuori dalla rivoluzione in corso nel mondo dell’automotive e della mobilità futura.

  • #24 EMISSIONE IMPOSSIBILE IN COLLABORAZIONE CON MOTOR1.COM

    Insieme a Motor1 Italia realizziamo la prima webserie italiana che affronta gli argomenti più caldi nel percorso verso la mobilità a Zero Emissioni.

    La collaborazione con Motor1 Italia rappresenta un’occasione imperdibile di confronto con una delle più grandi community di appassionati di auto su YouTube.

    Sono oltre 360.000 gli iscritti al canale YouTube di Motor1 Italia, una platea incredibilmente estesa e interessante per portare i temi del progetto Obiettivo Zero Emissioni all’attenzione di chi ama l’automobile e desidera muoversi liberamente. E deve continuare a poterlo fare con costi ragionevoli e senza troppi problemi anche quando dal veicolo scompaiono le emissioni inquinanti.

    Il titolo fa capire subito che la questione è di enorme complessità.

    Le emissioni devono sparire dalla scheda tecnica delle auto. Questo è chiaro a tutti. Come riuscire a centrare l’obiettivo traghettando verso il cambiamento tecnologico un intero settore che garantisce centinaia di migliaia di posti di lavoro e percentuali significative del PIL nazionale in tutte le più grandi economie mondiali è tutt’altro che definito.

    Emissione Impossibile approfondisce le caratteristiche tecnologiche delle soluzioni in campo, gli scenari energetici ai quali devono essere associate, le dinamiche socio-economiche e gli effetti sull’ambiente e sulla salute umana da tenere in considerazione.

  • BMW e Jaguar Land Rover, di nuovo insieme per l’elettrificazione

     

    BMW e Jaguar Land Rover tornano amici in nome dell’elettrificazione. Le due aziende hanno infatti annunciato un accordo per lo sviluppo congiunto di sistemi di propulsioni elettrici. Land Rover era appartenuta alla BMW dal 1994 al 2000, quando fu poi acquistata dalla Ford per 2,7 miliardi di dollari. L’Ovale Blu la accorpò alla Jaguar e nel 2007 la rivendette alla Tata per 2,3 miliardi. L’accordo prevede la costituzione di una task force di tecnici che avrà sede a Monaco dove entrambi i costruttori condivideranno i loro patrimoni tecnologici e industriali. L’obiettivo è accelerare il processo di sviluppo e ingegnerizzazione dei sistemi di propulsione elettrici rendendoli più competitivi e, dunque più profittevoli.

    BMW i3S

    Si parte dal motore della iX3

    La BMW sul piatto metterà il proprio patrimonio in termini di industrializzazione maturato con la i3 e la i8 presso il suo modernissimo stabilimento di Lipsia, l’esperienza con i numerosi modelli ibridi plug-in quali X5, Serie 3, Serie 5 e X3 che nel 2020 avrà anche una versione elettrica. La iX3 sarà dotata di un nuovo sistema di propulsione dotato del nuovo motore Gen5 che sarà condiviso anche con Jaguar Land Rover insieme alla tecnologia che permette a BMW di produrre i propri motori elettrici privi delle costose terre rare. Jaguar Land Rover ha messo sul mercato l’i-Pace, il primo Suv elettrico di fascia premium, e le versioni ibride plug-in delle Range Rover Classic e Range Rover Sport. Entrambe corrono in Formula E e, anche se l’accordo non vi fa alcun riferimento, è possibile ipotizzare che in futuro le Jaguar utilizzeranno il powertrain di BMW per le loro monoposto.

    Jaguar I-Pace

    Osmosi tecnica già in atto

    Jaguar Land Rover in verità sta già da tempo utilizzando risorse BMW. Da Monaco infatti arrivano l’attuale amministratore delegato, Ralf Speth, dopo 20 anni in Baviera, e Wolfgang Ziebart, l’ex capo della Ricerca e Sviluppo di BMW arrivato a Castle Bromwich proprio per condurre il progetto della I-Pace. Entrambe le aziende sono impegnate in un piano di risparmi consistente. La Jaguar Land Rover ha fatto registrare un passivo pari a 4 miliardi di dollari dovuto alle spese per l’adeguamento della gamma alle nuove norme di omologazione e il calo delle vendite in Cina. BMW nel 2018 ha fatto registrare margini più bassi che in passato (7,9%) e, per recuperare redditività, ha annunciato un piano di risparmi per 12 miliardi di euro. L’accordo prevede la centralizzazione degli acquisti per i componenti del sistema elettrico e non menziona le batterie mentre è sul tavolo la fornitura di motori V8 da parte di BMW al posto di quelli attuale di origine Ford.

  • Michelin presenta Uptis pneumatico senz’aria addio forature

    Il Movin’On Summit è un appuntamento prezioso per costruire il futuro della mobilità.

    Il gruppo Michelin ne è il principale promotore ma l’evento ha ormai una sua precisa identità e ambizioni che vanno ben oltre il mondo degli pneumatici.

    Perché la gomma senz’aria proprio al Movin’On di Montreal

    L’evento inizia con un pezzo suonato magistralmente al pianoforte. La vita è Arte, non bisogna mai dimenticarlo.

    Soprattutto se si sta per entrare nel pieno dei lavori di una conferenza sulla mobilità sostenibile. Un mondo migliore non è un mondo più noioso. Non lo deve e non lo può essere.

    E infatti la noia al Movin’On di Montreal non ha ragione di esistere. Qui si guarda al futuro e si può addirittura sognare. Ad una condizione, però. Che poi si inizi a lavorare seriamente perché i sogni fatti diventino realtà.

    Questo ha fatto la Michelin, presentando qui il suo prototipo Uptis (Unique puncture-proof Tire system, cioè la gomma a prova di foratura).

    Ha dimostrato il teorema. Nell’edizione di due anni fa, infatti, la stessa Michelin aveva sognato, facendo vedere il suo concept Vision, cioè lo pneumatico come dovrà essere un giorno secondo le intenzioni e le aspettative dell’azienda: senz’aria, connesso, realizzabile con stampa 3D, prodotto utilizzando soltanto materiali riciclabili e completamente biologici.

    Il prototipo Uptis la gomma a prova di foratura

    La presentazione di MIchelin Uptis rappresenta il sogno che inizia a diventare realtà. Il primo dei punti che descrivono il concept Vision – l’abolizione dell’aria, della necessità di gonfiare le ruote, del pericolo di forature – arriva veramente su strada.

    Grazie all’impiego di fibra di carbonio, lo pneumatico senz’aria passa tranquillamente su un chiodo appuntito, si fa perforare il battistrada e continua tranquillamente la sua corsa.

    Come se nulla fosse. Perché nulla è stato, visto che non c’è aria all’interno e quindi non si può sgonfiare.

    Clicca qui guarda il VIDEO col chiodo che entra ed esce.

    Obiettivo sostenibilità totale

    Il lancio di Uptis è il primo passo della Michelin verso la sostenibilità completa indicata dal concept Vision del 2017 come obiettivo dei suoi prodotti principali, cioè gli pneumatici, ma da estendere anche al complesso delle sue attività industriali ed economiche.

    Il gruppo da anni è molto attenta alle questioni ambientali e al grande movimento mondiale necessario per affrontarle adeguatamente,

    Clicca qui e LEGGI l’articolo sul Movin’On e il suo legame col precedente Challange Bibendum.

    Così anche un avanzamento tecnologico decisamente pratico nel suo obiettivo di far terminare l’era delle forature e delle gomme a terra,si mette in luce come avanzamento verso la sostenibilità.

    Questo è il punto. Il progresso è tale soltanto se ci avvicina alla sostenibilità.

     

     

     

     

  • Volkswagen ID.R, si prende il record per le elettriche al Nürburgring

     

    Le emissioni zero vanno sempre più forte e la Volkswagen ID.R si prende anche il record del Nürburgring fermando il cronometro su uno strabiliante 6’05”336 che batte di oltre 40 secondi e mezzo il precedente limite stabilito nel 2018 dalla NIO EP9. Il prototipo elettrico tedesco aveva già fissato il record a Goodwood (43’86) e alla Pikes Peak con un incredibile 7’57”148 che ha abbassato di oltre 17 secondi il record di Sebastien Loeb e ha portato per la prima volta oltre i 150 km/h la media della cronoscalata più difficile del mondo.

    Il tris di Romain Dumas

    In tutte e tre le occasioni al volante c’era Romain Dumas il cui palmares parla chiaro: 4 volte la 24 Ore del Nürburgring (2007, 2008, 2009 e 2011) e la 24 Ore di Sebring, due volte la 24 Ore di Spa (2003 e 2010) e nel 2016 ha anche trionfato alla 24 Ore di Le Mans nello stesso anno in cui ha conquistato il titolo mondiale nel WEC. Dumas ha anche vinto altre 3 volte alla Pikes Peak (2014, 2015 e 2017), una gara perfetta per un’auto elettrica visto che i 19,99 km e le 156 curve del suo percorso portano da 2.862 a 4.302 metri di altitudine. Una condizione simile taglia la potenza ad un’auto con motore termico via via che si avvicina alla vetta, mentre un’elettrica è completamente insensibile al fattore altimetrico.

    Romain Dumas

    L’energia contro la velocità

    Il Nürburgring invece pone la ID.R in condizione di svantaggio perché è ancora più lungo (20.852 metri) e ha meno della metà delle curve (72), dunque più allunghi e minore possibilità di recupero dell’energia. Per bilanciare al massimo questo svantaggio, la ID.R che ha battuto il record sul circuito dell’Eifel ha un assetto aerodinamico nettamente più scorrevole rispetto a quello adottato per la cronoscalata in Colorado. La grande ala posteriore ha il deflettore superiore mobile come quello del DRS sulle monoposto di Formula 1. Identici invece il sistema di propulsione, con due motori per un totale di 500 kW, e la batteria agli ioni di litio. L’accumulatore agli ioni di litio è ripartito in due blocchi (uno dietro e l’altro sul lato destro del pilota), si ricarica in 20-30 minuti a 1.000 Volt ed è raffreddato ad aria per limitare il peso totale a 1.200 kg, compresi i 66 kg di Dumas.

    ID.R aerodinamica

    L’aria è meglio dell’acqua

    Nonostante non vi sia un circuito a liquido o una pompa a calore, i tecnici tedeschi sono riusciti a mantenere la temperatura dei pacchi intorno ai 30 gradi ottimali, fattore fondamentale per permettere alla batteria di fornire costantemente il massimo delle prestazioni. Per non sbagliare, i tecnici Volkswagen hanno provato lungamente al circuito del Paul Ricard che presenta 4 allunghi prolungati. Il video del record mostra come la ID.R superi più volte i 270 km/h, una velocità relativamente bassa per un’auto da corsa, ma mortale per la salute delle batterie e la loro durata. Un banco di prova esemplare per le ID di serie, attese già per la fine di quest’anno, molto più probante di E-Prix di Formula E che invece si svolge su circuiti cittadini molto brevi.

    Tra i fulmini dell’Eifel

    Per avere un’idea della prestazione raggiunta dalla ID.R basta osservare il tempo e confrontarlo con quello di altre auto da corsa o stradali. Il 6’05”336 straccia letteralmente la Lamborghini Aventador LP770-4 SVJ spinta da un V16 6.5 da 770 cv, che ha il record per le auto stradali (6’44”97), e batte persino il 6’11”13 della Porche 956 Gruppo C di Stefan Bellof che rappresentava il limite assoluto fino al mostruoso 5’19”546 fissato dalla Porsche 919 Hybrid Evo da 1.150 cv. Questo significa che due dei record assoluti al Nürbrugring appartengono a due auto elettrificate. La ID.R è stata anche più veloce delle Formula 1: il record per le monoposto è il 6’58”6 stabilito dal compianto Niki Lauda nel 1975 con la sua Ferrati 321T, anche se ottenuto sul vecchio tracciato di 22.832 km.

  • Movin’on, a Montreal salgono sul palco i sistemi multimodali

    Montreal darà ancora casa a Movin’ On, il summit internazionale per la mobilità che si terrà dal 4 al 6 giugno accogliendo per la terza volta presso specialisti, addetti, rappresentanti di grandi multinazionali e di piccole start up con giornalisti, politici ed esponenti nel mondo dell’industria della finanza e della ricerca provenienti da tutto il mondo. Il tema di quest’anno è “Soluzioni per sistemi multimodali” articolato secondo 5 capitoli fondamentali: decarbonizzazione e qualità dell’aria, transito cittadino multimodale e società, tecnologie innovative, trasporto di beni e multimodalità e economia circolare.

    Un’eredità importante

    Il Movin’ on è l’erede di quello che fino al 2016 si chiamava Michelin Challenge Bibendum, nato dal 1998 come vetrina per i veicoli più avanzati dal punto di vista ambientale. Per i primi due anni si svolse a Clermont Ferrand, dove si trova il quartier generale del famoso costruttore di pneumatici, poi si decise di portarlo in giro per il mondo: Fontana (California), Heidelberg, Sonoma (California), Shanghai (2004 e 2007), Rio de Jainero, Parigi, Kyoto, Berlino e Chengdu, senza una cadenza fissa. Fino a quando non si decise si cambiargli nome facendo sparire ogni riferimento a Michelin e al suo famoso omino gonfiabile, suo inconfondibile simbolo nientemeno che dal 1894. Sta di fatto che, con questa edizione, Montreal diventa la prima città ad ospitare per tre volte consecutive il Movin’On già Bibendum.

    Montreal

    La terza volta di Montreal

    Ma perché Montreal e perché per 3 volte? La risposta è nella natura di una città (francofona) e di un paese che utilizza due lingue (francese e inglese), è da sempre terra di emigrazione e integrazione sociale ed ha immense risorse naturali ed energetiche che fanno la fortuna della sua economia e anche dell’industria automobilistica che qui vende e produce circa 2 milioni di autoveicoli all’anno. Ci sono inoltre 700 aziende fornitrici attive nel campo dell’automotive, alcune di livello mondiale per un fatturato annuale di circa 19 miliardi di dollari dando lavoro a 125mila persone.

    Una visione chiara

    Il Canada ha inoltre fatto partire recentemente un piano di incentivazione per auto ibride plug-in, elettriche e a idrogeno che arriva fino a 5.000 dollari e può essere sommato agli 8mila dollari già stanziati dallo stato del confederato del Quebec del quale Montreal, con i 4 milioni di abitanti della sua area metropolitana, ospita quasi la metà della popolazione. In Quebec sono vendute oltre la metà delle auto alla spina di tutto il paese. Il piano comprende anche lo sviluppo di una rete di rifornimento – non solo ricarica, ma anche stazioni per l’idrogeno – ed è funzionale agli obiettivi che il Canada si è posto in termini di mobilità per i prossimi anni: il 100% di auto ad emissioni zero per il 2040 passando per il 10% nel 2025 e il 30% nel 2030.

    Il cattivo vicinato

    Intanto, il mercato canadese dell’auto in maggio registra un calo del 5,9% continuando una tendenza che dura da 15 mesi e che nella prima parte dell’anno è stata influenzata dall’attesa per gli incentivi federali. Altra tendenza chiara: la diminuzione dei truck in favore delle automobili, al contrario di quello che accade negli USA dove i proclami della politica il mercato vanno nelle direzione opposta a quella del Canada e del resto del mondo.

  • Basta Emissioni in Formula E – Video Sfida

    La foto dei grossi generatori di elettricità in Formula E a Roma ha fatto il giro del Web.

    Beh, io all’e-Prix di Roma c’ero e ho anche fatto un bel giro in tutta l’area interessata, complice l’incidente iniziale che ha costretto a un lungo stop la gara e quindi mi ha regalato un po’ di tempo per curiosare.

    Non ho visto i generatori della foto ma ne ho visti altri. Più piccoli e destinati ad utilizzi accessori e temporanei rispetto all’evento.

    Non sapevo ancora niente di tutta la polemica che sarebbe esplosa successivamente eppure la cosa non mi è piaciuta affatto. Non mi piace l’idea di un evento emblematico per le Zero Emissioni, che sta diventando un grandissimo affare ma che accetta di essere quasi a zero emissioni.

    Non mi piacciono pezzi di passato resi implicitamente necessari per dipingere un’immagine di futuro che in questo modo diventa soltanto virtuale.

    L’idea di futuro o c’è, o non c’è. E in Formula E ci può essere, ma a determinate condizioni.

    Gli sfidanti. Forze e debolezze.

    A sfidarsi sono il business, l’ambiente e la politica.

    Il business

    Leggendo le analisi di Christian Sylt, giornalista economico specializzato nel business del motorsport e fondatore di formulamoney.com, si legge che la Formula E ha perso 140 milioni di dollari nei primi quattro anni.

    Lo stesso Alejandro Agag, numero uno della società che gestisce il campionato, ha ammesso di aver sfiorato il fallimento nella prima stagione.

    Oggi però le cose stanno diversamente. Forse anche in questa stagione la società sta perdendo denaro. Ma il suo valore sul mercato – secondo Nico Rosberg, ex campione del mondo di Formula Uno oggi azionista della Formula E – è stimabile in 900 milioni di dollari.

    Lo stesso Agag, oggi azionista di minoranza, nei mesi scorsi ha fatto un’offerta di acquisto della società offrendo 600 milioni di dollari. Che è stata gentilmente rifiutata dai fondi Liberty e Discovery oggi azionisti di riferimento.

    L’ambiente

    All’ambiente interessa poco degli affari di Agag e degli altri. Per l’ecosistema contano solo i fatti, non i soldi. E i fatti dicono che dopo aver fatto fare un’analisi di sostenibilità iniziale in cui si prospettava la neutralità dal punto di vista delle emissioni (anche se limitatamente alle emissioni di CO2, è bene precisarlo), la Formula E ha invece accettato di inquinare.

    L’ultimo rapporto di sostenibilità disponibile è relativo alla terza stagione (siamo alla quinta) e indica un sacco di emissioni per il trasporto di tutto il circo in giro per il mondo, per gli spostamenti degli spettatori e per tutte le attività necessarie.

    Secondo i documenti disponibili soltanto due e-Prix hanno fino ad oggi pensato di compensare perlomeno le emissioni di CO2 dell’evento. Quello di New York del luglio 2017 – nel quale proprio l’Enel ha fornito la compensazione con produzione da fonti rinnovabili – e quello svizzero di Berna di giugno 2019.

    Nient’altro.

    La politica

    La politica ha fino ad oggi interpretato la Formula E come ambientalmente compatibile per definizione, visto che le sue auto sono elettriche.

    Ha dato il permesso di correre nelle città, cosa raramente concessa a macchine da corsa, ed ha colto l’opportunità per comunicare il suo impegno per un futuro libero dalle emissioni. Nell’auto e nell’energia.

    Ma non ha ancora chiesto di vederci chiaro nel bilancio ambientale. Non ha ancora condizionato i suoi sì ad analisi di impatto approfondite, neutrali ed affidabili.

    Che futuro fa.

    Il futuro della Formula E, come dimostrato dall’offerta d’acquisto fatta direttamente dal non proprio poverissimo Agag, nonché dal rifiuto opposto da parte degli attuali maggiori azionisti, è roseo dal punto di vista economico.

    Il prossimo anno arriverà in gara anche la Porsche e sarà direttamente presente il nome Mercedes.

    Il business sta vincendo sull’ambiente e sta magistralmente utilizzando la politica.

    Dico la mia, perché le cose possono cambiare. E spesso è meglio che cambino.

    La mia opinione è che siano maturi i tempi per chiedere alla Formula E, in Italia come nelle altre tappe del suo campionato, di essere veramente e completamente a Zero Emissioni.

    Zero inquinanti in gara e nell’area di svolgimento dell’e-Prix, quindi.

    Senza generatori di alcun genere a punteggiare il circuito.

    Se serve una scorta energetica, si sperimentino le micro-grid con accumulo in batterie o idrogeno, nelle quali proprio l’Italia e l’Enel possono essere tra gli apripista mondiali. E se serve un’eccezione a questo Zero Assoluto, la si dichiari subito e si lavori al suo superamento.

    Quella della sostenibilità è una partita che non ammette bluff. Si deve giocare a carte scoperte, oppure la perderemo tutti.

    Clicca qui e LEGGI l’articolo con VIDEO A cosa serve la Formula E.