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  • SFIDA AMBIENTALE E CONFRONTO TRA GENERAZIONI

    La più famosa di tutti è Greta Thunberg, la ragazza sedicenne che per prima ha scioperato non andando a scuola per mettersi davanti al parlamento di Stoccolma a protestare per l’inerzia degli adulti, primi tra tutti i politici, nella lotta contro i cambiamenti climatici.

    Ma negli Stati Uniti, in Europa, in Asia e in tutto il mondo si moltiplicano le iniziative di gruppi di ragazzini, anche di dieci-dodici anni, che protestano perché i grandi stanno lasciando loro un pianeta malato, deturpato e inquinato.

    Gli scioperi generali per l’ambiente vedono coinvolti i ragazzi di decine di nazioni raccolti attorno a una semplice richiesta: fate di più.

    GLI SFIDANTI. FORZE E DEBOLEZZE.

    La sfida è generazionale, più che ideologica. Vi invito a guardare in rete quante siano le proteste e ne rimarrete impressionati.

    I giovani vogliono ricevere un pianeta sano dai loro genitori. Stanno crescendo con un’educazione ambientale che le precedenti generazioni non avevano. Ma stanno per ricevere in eredità un pianeta estremamente più inquinato di quello nel quale i loro padri, madri, nonni hanno vissuto. Sono perciò più sensibili, e si trovano in una condizione peggiore. Quindi l’effetto disgusto è amplificato.

    Gli adulti si sono divisi per decenni tra scetticismo e pressapochismo, non facendo in effetti molto per cambiare le cose. Hanno dalla loro però delle motivazioni economiche molto valide: se i loro figli oggi possono pensare all’ambiente è perché il benessere generato dall’inquinamento che contestano è indiscutibile. Più o meno diffuso, ma certamente da ritenere un patrimonio da difendere.

    Da una parte sembra quindi esserci l’idealismo della gioventù, dall’altra il pragmatismo dell’esperienza. Peccato che tutto questo sedicente pragmatismo non abbia via d’uscita.

    CHE FUTURO FA.

    Il futuro che sta prendendo forma può riservare delle sorprese. Perché proprio la tecnologia gioca a favore delle nuove generazioni, capaci di comunicare, incontrarsi e capirsi come nessuna generazione ha mai potuto fare prima. Non c’è la barriera della comprensione, perché molti sanno parlare più lingue – prima tra tutte l’inglese. Non c’è il problema dei costi di comunicazione, perché la rete permette di parlarsi, vedersi, scambiarsi tutto in tempo reale.

    Non li chiamerei ragazzini, con queste premesse. Possono farcela. E speriamo che ce la facciano.

    DICO LA MIA PERCHE’ LE COSE POSSONO CAMBIARE. E SPESSO E’ MEGLIO CHE CAMBINO.

    La mia opinione è che l’energia, l’industria, la mobilità come le abbiamo conosciute fino a oggi siano visibilmente senza futuro. Scambiare la semplicità di ripetere schemi noti e familiari con il progresso è un errore clamoroso.

    Sappiamo sfruttare l’energia del sole, del vento, dell’acqua, della terra, stiamo sviluppando sistemi in grado di gestire tutto questo con il ragionamento artificiale e ancora pensiamo di dover accendere dei fuochi bruciando olio combustibile, carbone e gas per produrre elettricità, far muovere le nostre auto e per riscaldarci?

    Non mi sembra all’altezza della nostra intelligenza.

    Voi cosa dite di fare?

  • Orecchie pulite e industria vincente

    L’ambiente è una grande occasione di sviluppo.
    Per quelli che sono ancora duri d’orecchi ci sono i cotton fioc. Ma non più quelli di plastica, perlomeno in Italia. Il nostro paese anticipa tutti in Europa e fa scattare la sua industria al comando, pronta a cogliere l’occasione del 2021.

    Dal primo gennaio 2019 i cotton fioc in Italia possono essere solo in materiale biodegradabile.

    In questo modo il nostro Paese si mette in regola con ben 2 anni di anticipo con quanto previsto dall’Unione Europea che ha dichiarato ufficialmente guerra alle plastiche, in particolare a quelle monouso come i bastoncini dei cotton fioc, appunto, oltre a posate, cannucce o anche vaschette usate per i panini in alcuni fast food. Tutto questo sarà bandito livello continentale dal 2021.

    Del resto l’inquinamento da plastica è diventato un problema mondiale e i dati sono impressionanti.

    Solo il 30% della plastica prodotta è riciclato, il resto va a finire in gran parte in mare e costituisce l’85% dei rifiuti marini.

    Senza contare la microplastica che è presente anche nell’aria e arriva, di fatto, nei nostri polmoni e sulle nostre tavole prima di inquinare i fiumi e i mari.

    Secondo i rilevamenti di Legambiente, che ha portato avanti la battaglia per arrivare al bando dei bastoncini non biodegradabili, il 9% di tutti gli oggetti che si ritrovano sulle nostre spiagge è costituito proprio da cotton fioc.

    I prossimi prodotti ad essere messi al bando dal 2020 saranno i detergenti ad azione esfoliante, ovvero i cosiddetti “scrub” che, per realizzare il loro effetto, contengono minuscole particelle plastiche impossibili da depurare.

    Il divieto di uso e produzione della plastica permetterà, oltre a tutelare l’ambiente e la salute, di sviluppare un vero filone industriale ad economia circolare, scongiurando l’emissione di 3,4 milioni di tonnellate di CO2 equivalente e danni ambientali per 22 miliardi di euro.

    Inoltre, ci saranno ben 6,5 miliardi di risparmi per i consumatori.

    In Europa si utilizzano ogni anno 49 milioni di tonnellate di plastica, il 40% dei quali utilizzati per imballaggio, ed è un settore che genera 340 miliardi di euro e 1,5 milioni di posti di lavoro.

    Riciclare un milione di tonnellate di plastica equivale a un milione di auto in meno sulle strade.

    Mentre la quadruplicazione dell’industria del riciclo può creare 200mila nuovi posti di lavoro.

    C’è dunque un’industria da creare e che, partendo dalle norme e dai comportamenti più virtuosi, può trasformarsi in benessere totale e per tutti.

    L’Italia è partita in anticipo – non solo sui cotton fioc, ma anche sulle buste non biodegradabili nel 2011 e per l’ortofrutta lo scorso anno.

    Si tratta ora di sviluppare un’industria che porti, insieme ai benefici per l’ambiente e per la salute, un’opportunità di business che vale l’economia del futuro, quella che fa rima con ecologia e ci permetterà di prevenire molti dei problemi che attanagliano le nostre città.

    L’Italia non deve arrivare prima solo per i divieti, quindi, ma deve saperli usare per creare industria in anticipo rispetto agli altri.