fbpx
  • Los Angeles lancia il suo Green New Deal

    A Los Angeles lo hanno chiamato Green New Deal ed è il piano che il sindaco della metropoli californiana, Eric Garcetti, ha presentato con un documento di 77 pagine.

    LOs Angeles Green New Deal plan

    Il Los Angeles Green New Deal Plan racchiude la visione per governare le risorse del territorio, le infrastrutture, l’urbanistica, i servizi e la mobilità. Tutto questo contemperando le esigenze dell’ambiente e della salute degli “angelenos” creando nuove occupazione.

    Los Angeles è stata sempre una città di sognatori e piena di intraprendenza, un luogo che accoglie il domani a braccia aperte e vede ogni nuova sfida come una possibilità per assicurarsi un futuro più luminoso per i nostri figli

    Ha scritto Garcetti sul documento che elenca tutti gli obiettivi di medio, lungo e lunghissimo termine per la Città degli Angeli. Nello spirito di uno stato come la California che ha sempre fatto dell’innovazione e dell’attenzione all’ambiente due veri e propri fiori all’occhiello.

    Investimenti e obiettivi

    Per avere un’idea della portata di questo piano basti sapere che entro il 2022 saranno spesi ben 8 miliardi di dollari solo per ammodernare la rete elettrica, per renderla più efficiente e soprattutto intelligente.

    Pronta così a supportare un piano di sviluppo per la ricarica delle auto elettriche (10 mila nuovi punti di ricarica pubblici entro il 2022 e 25 mila entro il 2028). La produzione domestica di energia verde creerà 45mila posti di lavoro sui 400mila in totale previsti da qui fino al 2050.

    Questo grazie alle tecnologie “verdi” e investimenti di 2 miliardi di dollari entro il 2035. Los Angeles sarà alimentata al 100% da energie rinnovabili entro il 2045, per le acque si approvvigionerà per il 70% in loco e sarà in grado di raccogliere le acqua piovane che cadono su una superficie di oltre 600 km quadrati. Nel 2050 tutti gli edifici saranno ad impatto zero, nel 2025 per la produzione di energia sarà eliminato il carbone e nel 2029 saranno dismesse 3 centrali a gas.

    Il sistema di trasporto

    Il sistema di trasporto, pubblico e privato, sarà capace di creare nel suo complesso fino a 788mila posti di lavoro e saranno spesi 860 milioni di dollari per il trasporto pubblico che sarà strutturato in modo che sia disponibile per ciascun abitante a non più di 10 minuti a piedi.

    Altri obiettivi sono la riduzione della percorrenza media per persona del 45% entro il 2050 e di avere sulle strade 5 milioni di veicoli in meno accorciando del 15% i tempi di spostamento.

    Nel 2028 tutti i taxi e la flotta pubblica saranno elettrici mentre nel 2050 lei prevede che lo siano tutte le auto in circolazione passando per il 25% del 2025 e l’80% del 2035.

    Nel 2050 solo l’8,5% delle Emissioni del 2015

    Il tutto per avere nel 2050 emissioni di CO2 pari all’8,5% di quelle del 2015 con benefici enormi sulla salute dei cittadini valutabile, in termini di spesa per la comunità, in un risparmio di 16 miliardi di dollari.

    Il piano va controcorrente rispetto alla linea federale impostata dal presidente Donald Trump. Ma la California si è sempre sentita forte e orgogliosa delle proprie idee, precorrendo i tempi e alimentando il mito tutto americano della frontiera.

    Ma sono molte le grandi città americane che cominciano a fare degli obiettivi ambientali la loro strategia di sviluppo (Clicca qui e LEGGI articolo Chicago solo rinnovabili dal 2035 e solo bus elettrici dal 2040).

    E da noi?

    Numeri e cifre impressionanti, che appaiono purtroppo anche prospettive impensabili per i nostri governanti, tantomeno per le nostre municipalità.

    Certo, forse ad esse mancano gli strumenti legislativi e di governo per progettare certi scenari.

    Ma ciò che appare è che alla base ci sia anche un rifiuto da parte della politica di appropriarsi di tematiche a lungo termine. Che sono invece fondamentali per le comunità.

  • A cosa serve la Formula E – Video Sfida

    A cosa serve la Formula E. Il campionato per monoposto elettriche che rappresenta una sorta di Formula Uno con zero emissioni allo scarico, è alla sue quinta stagione e per la seconda volta si corre anche a Roma sull’affascinante circuito cittadino dell’Eur.

    Nata un po’ in sordina per quanto riguarda i grandi nomi dell’automobile, che in una prima fase se ne sono tenuti fuori, adesso vanta la presenza di 11 team dei quali 7 sono diretta emanazione di grandi case auto: Audi, Bmw, DS, Jaguar, Mahindra, Nissan e la cinese Nio. L’energia elettrica è fornita in tutto il campionato da Enel X e le gomme sono della Michelin per tutti. Dall’anno prossimo ci saranno anche la Mercedes e la Porsche.

    Roba seria, insomma.

    L’auto è uguale per tutti ed è realizzata dalla Spark Technologies su telaio dell’italiana Dallara, come le batterie al litio tutte uguali fornite dalla MacLaren Advanced Technologies.

    Il costo di una stagione per ogni team non è noto nel dettaglio ma può essere stimato attorno ai 20 milioni di euro. Sembrano tanti, ma sono pochissimi se li paragoniamo ai 400 milioni di costo per i top-team della Formula Uno. E garantiscono un ritorno in termini di immagine e tecnologia che al momento non ha probabilmente eguali.

    Gli sfidanti, forze e debolezze

    La sfida della Formula E non è soltanto sportiva ma culturale e tecnologica.

    Sfida culturale

    Il mercato è soltanto all’inizio e anche la semplice dimostrazione che un’auto possa perdere il rombo ed avere comunque un suo fascino costituisce di per sé un enorme valore.

    Ogni successo sportivo può quindi portare alla costruzione di un’identità capace di attirare nuovi clienti in un mercato dove gli equilibri sono ancora tutti da costruire e – come ha dimostrato la Tesla partendo da zero e arrivando a impensierire i grandi nomi del lusso – potrebbero saltare completamente le scale di valori costruite in decenni nel mondo delle auto tradizionali.

    Sfida tecnologica

    La sfida è tutta nel riuscire ad avere nuovi motori altamente efficienti e sistemi di gestione dell’energia di bordo precisi e affidabili.La batteria rimane il componente chiave di una vettura elettrica ma ha un suo filone di sviluppo che per molti versi prescinde dall’automobile. Il fatto che sia uguale per tutti in Formula E evita spreco di risorse, perché il problema principale per chi progetta auto elettriche, non è tanto quello di avere batterie sempre più capienti, economiche e affidabili ma di usare al meglio l’energia che ha a bordo.

    Le priorità attuali sul mercato sono la riduzione del costo e l’incremento di autonomia con una singola ricarica.

    Che futuro fa

    Direttamente dalle piste della Formula E arriveranno nei prossimi anni nuove logiche e sistemi inediti per il controllo dello stato di carica delle batterie, per la frenata rigenerativa, che con il suo contributo è fondamentale per ottenere elevate autonomie di marcia, di erogazione della potenza.

    Oltre a motori elettrici sempre più leggeri, compatti ed efficienti e a sistemi di regolazione e di gestione termica capaci quasi di coccolare i processi elettrochimici delle batterie.

    Il tutto insieme a nuovi materiali leggeri e a moltissimi dati estremamente utili per l’incremento della capacità di simulazione e calcolo dei software di progettazione.

    Il peso di una Formula E, nonostante 280 chili di batterie, è di 900 chili pilota compreso. Una Formula Uno, avanzatissima e costosissima, pesa soltanto il 20% in meno.

    Dico la mia. Perchè le cose possono cambiare e a volte è meglio che cambino

    La Formula E con il suo nuovo modo di correre su quattro ruote senza pistoni, senza fumo e con nuove sonorità che non sono silenzio, come qualcuno potrebbe immaginare, ma sibilo che non ha certo l’impatto sui timpani della Formula Uno ma può trasmettere a suo modo brividi ed emozioni avvicina all’auto chi oggi di auto non se ne intende.

    Tra gli intenditori, di macchine o di corse, ci sono molti scettici. Tra chi di auto non sa nulla, però, prevale la curiosità.

    E a me questa curiosità per il nuovo, capace di rimettere l’auto al centro della discussione della famiglia, piace veramente tanto.

    Una gara di Formula E si propone come una festa per lo sport – motoristico in questo caso – e per la tecnologia che guarda con ottimismo all’ambiente.

    Beh, non mi pare affatto poco.

    Anche Bernie Ecclestone sceglierebbe oggi la Formula E, clicca qui e leggi l’articolo.

  • Riciclo Made in Italy per le batterie al litio

    Arriva il riciclo Made in Italy a risolvere il grande problema del corretto recupero a fine vita dei materiali contenuti nelle batterie al litio.

    Parliamo delle batterie dei computer, degli smartphone e soprattutto di quelle – molto più grandi – delle auto elettriche e ibride.

    E’ inutile avere un’auto che non emette fumi allo scarico, infatti, se poi la batteria che ha a bordo depaupera risorse naturali ed è impossibile da riciclare recuperandone gli elementi più preziosi.

    RECUPERO DEL LITIO

    Fondamentale è il recupero del litio, materiale non raro e costoso oggi. Ma che ha enormi incognite per il futuro. Le sue riserve sono molto importanti in Sudamerica tra Cile, Argentina e Bolivia, con grossi giacimenti anche in Cina e Australia. Oltre che in Brasile, Portogallo, Afghanistan, Stati Uniti.

    Di litio ce n’è al mondo, quindi. Ma ovviamente non è infinito e l’esperienza del petrolio dovrebbe averci insegnato qualcosa.

    SI RECUPERANO anche Cobalto, Nichel, Manganese

    Se l’attenzione di molti è sul litio, perchè dà il nome alle batterie che proprio sui suoi ioni fanno affidamento per il loro funzionamento. Il riciclo Made in Italy delle batterie al litio consente anche il recupero di Nichel, Cobalto, Manganese contenuti negli accumulatori.

    Si tratta di materiali importanti da recuperare, tra i quali soprattutto il cobalto ha attirato nell’ultimo periodo l’attenzione mondiale. Questo a causa della forte concentrazione delle riserve e della produzione attuale nella Repubblica Democratica del Congo.

    la tecnologia italiana arriva da Cobat e CNR

    Il riciclo Made in Italy per le batterie al litio arriva da una ricerca affidata dal Cobat all’Istituto del CNR ICCOMIstituto di chimica dei composti organometallici di Firenze.

    Il processo italiano è completamente originale, come dimostra l’accettazione della richiesta di brevetto a livello europeo e degli ulteriori brevetti parziali di singole fasi del processo. Si tratta del risultato del lavoro affidato al CNR ICCOM nel 2014 dal Cobat, che nel 2018 ha condotto all’importantissimo risultato.

    Adesso tocca all’industria

    Ora che il processo relativo al riciclo Made in Italy per le batterie al litio è stato individuato, deve partire l’operazione industriale che consenta di sfruttarne le potenzialità. Dal punto di vista economico, oltre che ambientale. A questo proposito il Cobat ha già individuato dei partner industriali italiani coi quali far partire in Italia l’attività di riciclo con recupero pressoché totale dei componenti e dei materiali delle batterie al litio.

    Sono in ballo molti posti di lavoro, oltre che una leadership tecnologica in grado di superare la concorrenza degli altri paesi altamente industrializzati.

    Cosa succede oggi alle batterie al litio

    Attualmente le batterie al litio in Europa finiscono in gran parte in Germania, dove ci sono oltre 15 operatori industriali in grado di recuperare correttamente i componenti e parte dei materiali.

    Molti dei processi applicati, però, non sono in grado di recuperare correttamente i materiali contenuti nella cosiddetta Black Mass. La massa nera contiene proprio Litio, Manganese, Cobalto, Nichel. Oppure li recuperano soltanto parzialmente. Si limitano cioè a Cobalto e Nichel, senza riuscire a estrarre correttamente ed economicamente il Litio e il Manganese.

    Buona parte della Black Mass viene per questo inviata in Estremo Oriente. Principalmente in Corea e nelle Filippine. Qui con processi adeguati vengono estratti tutti i materiali.

    L’operazione avviene vicino alla Cina perchè le aziende di questo paese hanno la tecnologia per estrarre tutti i materiali.

    Le aziende cinesi, che sono nell’ordine delle decine, smaltiscono così tutte le batterie del mercato interno e partecipano, direttamente o indirettamente, alle attività economiche che si sviluppano in altri paesi dell’area.

    In Germania la Volkswagen ha già annunciato di voler entrare nella corsa per il recupero totale dei materiali contenuti nelle batterie al litio (clicca qui vedi articolo).

    Le dimensioni del business

    Il giro d’affari potenziale del riciclo Made in Italy per le batterie al litio è enorme. Il processo messo a punto da Cobat e CNR ICCOM di Firenze per essere economicamente interessante ha bisogno di migliaia di tonnellate di batterie al litio da trattare ogni anno. Soltanto in questo modo diventa vantaggioso estrarre tutti i materiali.

    Oggi le batterie al litio raccolte in Italia sono nell’ordine delle centinaia di tonnellate l’anno. Ma i modelli di auto elettriche e ibride si diffondono sempre di più e alcuni mercati, come quello Norvegese, già hanno espresso interesse per alternative più efficaci agli attuali processi applicati in Germania.

    La start-up italiana capitanata dal Cobat sarà in grado di partire, comunque, in modo economicamente sostenibile già con il livello attuale di raccolta nel nostro paese di centinaia di tonnellate di batterie al litio.

    La strada obbligata

    Quella del recupero di tutti i materiali compresi il Litio, il Manganese, il Nichel, il Cobalto a livello europeo e globale è una via senza alternative. Un prodotto non è sostenibile se porta al consumo di risorse non rinnovabili (clicca qui vedi articolo e VIDEO sostenibilità).

    L’auto elettrica non fa eccezione.

    Il riciclo Made in Italy per le batterie al litio rappresenta quindi un’ottima notizia per l’ambiente, per l’auto elettrica, per il riavvio di uno sviluppo industriale ed economico sano e lungimirante nel nostro paese.

  • VIDEO SFIDA – SOSTENIBILITA’ LA PAROLA CHE SALVERA’ IL PIANETA

    Sostenibilità. Molti ne parlano, pochi la conoscono. La maggior parte la ignora e alcuni dicono addirittura che sia una pura invenzione teorica, che non esista in realtà un modo per definirla e quindi per realizzarla.

    La politica norvegese Gro Harlem Brundtland ha presieduto dal 1983 al 1987 la commissione delle Nazioni Unite sull’ambiente e lo sviluppo. Alla conclusione dei suoi lavori, la commissione ha pubblicato nel 1987 il cosiddetto Rapporto Brundtland (dal nome della presidente della commissione) intitolato “Our common future”- Il futuro di tutti noi. Dal Rapporto Brundtland si arriva nel 1992 alla conferenza delle Nazioni Unite di Rio de Janeiro, il primo grande incontro internazionale sullo stato del pianeta e sul suo futuro.

    La definizione del rapporto Brundtland di sostenibilità è la più nota e la più usata nel mondo.

    Lo sviluppo sostenibile soddisfa le necessità della generazione attuale, senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare le loro esigenze.

    GLI SFIDANTI. FORZE E DEBOLEZZE

    Società, cioè noi: io, te, la signora Maria e il signor Mario. Il modo in cui viviamo, la qualità della nostra vita e della nostra salute. Il nostro benessere. La società – tra gli sfidanti- è quello che parla. La sua caratteristica è la dialettica, il confronto, che diventa politica e conduce alle decisioni.

    Storicamente la società è stata la protagonista più forte, ma oggi non è più vero. La più forte è l’economia.

    Economia: la grande macchina economica nella quale siamo tutti coinvolti. Da lei dipendono gli stipendi, il prezzo della frutta, del pane e della benzina. Il costo dell’elettricità che pagano anche la signora Maria e il signor Mario. L’economia è quella che fa i conti. Troppo spesso senza guardare all’ambiente. E a volte perdendo di vista anche la società

    Ambiente: è il protagonista più importante, perché ci contiene tutti. Ma anche il più debole, perché non parla e non fa i conti. Eppure senza Ambiente non possiamo esistere, noi stessi ne siamo parte.

    CHE FUTURO FA

    Sta vincendo l’economia, non c’è dubbio. Con la finanza e i suoi protagonisti che ci spingono in una direzione per molti versi sbagliata.

    Ma l’ambiente inizia a far sentire la sua voce, attraverso segnali sempre più forti e oggi anche finalmente notati.

    E la società inizia veramente a riflettere, spingendo la politica a decisioni che se attuate non sono ancora la risposta finale ma possono veramente iniziare a far cambiare le cose.

    dico la mia, perché le cose possono cambiare. E spesso è meglio che cambino.

    La mia opinione è nella definizione di sostenibilità.

    Lo sviluppo sostenibile non consuma risorse, le usa e le riusa illimitatamente.

    Il concetto di consumo di risorse non rigenerabili è l’essenza dell’insostenibilità.

    I cicli chiusi delle risorse, oggi resi concetto economico grazie all’economia circolare, sono la chiave per uno sviluppo che non comprometta altro sviluppo. Presente, futuro o di altri che ancora non hanno accesso al benessere.

  • LA SOCIETA’ NO OIL UN NUOVO SVILUPPO E’ POSSIBILE

    L’innovazione scientifica

    Il libro introduce e propone una definizione di sviluppo sostenibile che consenta di “misurare” la bontà dei modelli e delle tecnologie.

    Lo sviluppo sostenibile non consuma risorse. Le usa e le riusa, illimitatamente.

    Dove c’è consumo, cioè si toglie alle generazioni successive la potenzialità di accesso alla stessa quantità di risorse a disposizione della generazione attuale, non c’è sostenibilità.

    Si prospetta già nel 2003, anno di pubblicazione della prima edizione, lo scenario di uno sviluppo senza petrolio come emblema – applicato all’energia – di una soluzione valida a livello globale.

    Prima edizione del libro “La società No Oil”, 2003

    Applicazione al sistema energetico

    Un sistema energetico basato sulle fonti rinnovabili e sulle nuove tecnologie per il loro sfruttamento non ha i limiti intrinseci di disponibilità e concentrazione della fonte tipici del petrolio e degli altri combustibili fossili.

    Nella società No Oil lo sviluppo può essere veramente per tutti, perché le fonti sono potenzialmente illimitate. E le tecnologie di sfruttamento e utilizzo sono a zero emissioni.

    Fonti rinnovabili di energia e vettori energetici come l’elettricità, i biocombustibili, l’idrogeno permettono di realizzare tutti gli usi finali dei quali la società umana ha bisogno. Non solo, ma la ricerca, lo sviluppo e la diffusione delle nuove soluzioni energetiche, dai sistemi di accumulo per elettricità e idrogeno, alle celle a combustibile e tutte le nuove filiere permettono finalmente e veramente una vera e proprio rinascita economica.

    Nuova crescita economica e industriale

    La società No Oil non è una scelta ma una necessità. Gli interessi dell’attuale meccanismo economico che governa il sistema energetico sono basati su dinamiche che hanno funzionato finché lo sviluppo è stato per pochi. Il mondo globale ha bisogno di soluzioni capaci di superarne i limiti intrinseci.

    I cicli chiusi delle risorse energetiche sono alla base del sistema che l’uomo ha il dovere e l’urgenza di realizzare.

    Non si tratta di un processo semplice, né di breve durata. Guai però a non comprenderlo e governarlo.

    Oggi si parla finalmente di Economia Circolare, il libro ne rappresenta l’anticipazione, all’inizio degli anni Duemila, focalizzata sul cruciale ciclo delle risorse per l’energia.