fbpx
  • Catturare la CO2 con il CCS Carbon Capture and Storage

    E’ possibile catturare la CO2 con il CCS Carbon Capture and Storage.

    Si chiama CCS, dalla definizione in inglese Carbon Capture and Storage. Cioè cattura e immagazzinamento del carbonio. Si tratta in pratica di realizzare un’opera di sottrazione di emissioni prodotte dalla combustione di prodotti petroliferi e soprattutto del carbone prima che vengano disperse in aria.

    Questo può essere visto come aggiuntivo o alternativo rispetto alle azioni che ci permettono di emettere meno anidride carbonica in atmosfera. Prima tra tutte la produzione di energia da fonti rinnovabili invece che da fonti fossili.

    Gli sfidanti. Forze e debolezze.

    La soluzione che punta a catturare la CO2 con il CCS piace molto alle compagnie petrolifere e anche ai produttori di elettricità che hanno molti impianti a carbone. Investendo in questa tecnologia, in pratica evolvono le loro tecnologie e allungano l’esistenza dei loro impianti. Quindi anche dei dei loro affari legati a combustibili fossili.

    Schema di CCS con utilizzo e stoccaggio della CO2 – Fonte BP

    Come catturare la CO2

    Esistono diverse strade per arrivare alla separazione e alla cattura della CO2 in campo energetico, raggruppabili in tre grandi filoni. Cattura post-combustione, pre-combustione, Oxyfuel.

    Post-combustione

    Sono le tecniche più diffuse negli impianti sperimentali e dimostrativi esistenti. E sono le più gradite all’industria energetica. In pratica rimane tutto com’è, ma alla fine del processo di combustione i gas di scarico, dopo i sistemi di filtraggio per polveri e inquinanti, invece di essere immessi in atmosfera vengono inviati a un sistema di trattamento capace di separare la CO2 con processi termochimici (ne esistono diversi messi a punto in varie aree del mondo).

    Pre-combustione

    In questo caso viene trattato il combustibile, non il residuo della combustione. Il principale sistema è la gassificazione del carbone. Partendo da carbone e acqua si arriva ad avere idrogeno e CO2. L’idrogeno va ad alimentare il processo energetico e l’anidride carbonica viene inviata allo stoccaggio.

    Oxyfuel

    A cambiare non è il combustibile, ma il comburente. Cioè il gas con cui il combustibile reagisce nella combustione, che in questo caso non è più aria, ma ossigeno puro. Questo porta a una percentuale di CO2 nei fumi di scarico molto alta e agevolmente separabile.

    Agli antipodi rispetto a una strategia basata sul CCS ci sono gli operatori economici delle fonti rinnovabili, che vedono negli investimenti in impianti di separazione e stoccaggio di CO2, tutt’ora molto costosi e bisognosi della mano pubblica per ambire a diffondersi, un aiuto ingiustificato alla vecchia e ricca economia del petrolio e del carbone.

    Oltre al fatto che lo stoccaggio della CO2, realizzato in impianti minerari o petroliferi dismessi o a fine vita, oppure in siti sottomarini, non rappresenta secondo loro una vera soluzione ma piuttosto una sorta di parcheggio temporaneo.

    Che futuro fa.

    Gli impianti di cattura e stoccaggio della CO2 non si stanno sviluppando come era stato prospettato negli scorsi anni.

    I costi sono alti e le fonti rinnovabili diventano sempre più competitive. Il loro successo futuro, nonostante abbiano amici ricchi e potenti, è tutt’altro che scontato. Questo vale in modo particolare per i post-combustione, che sembravano invece i più vicini al successo.

    Dico la mia, perché le cose possono cambiare. E spesso è meglio che cambino.

    La mia opinione è che l’abbassamento delle emissioni – anche con CCS – e la sostituzione delle fonti fossili con le rinnovabili possano andare di pari passo.

    Non deve essere la mano pubblica, però, a finanziare impianti che limitando il danno ambientale favoriscono la stessa industria che quel danno lo provoca da decenni ed avrebbe ampi mezzi per investire in tecnologie pulite, se veramente decidesse che è il momento di farlo.

    Gli investimenti pubblici devono andare alla ricerca e allo sviluppo di soluzioni mirate allo sfruttamento di fonti rinnovabili e puntare all’obiettivo di avere Zero Emissioni all’origine.

  • SMART CITY E STUPID CITY – VIDEO SFIDA

    Le nostre città stanno diventando “smart city“. Quello che non è chiaro è se stiano diventando anche intelligenti.

    Perché smart pare ormai più sinonimo di digitale che di intelligente.

    Non basta infatti che un pagamento sia contactless, cioè che avvenga senza alcun contatto tra alcunchè. Oppure remoto, o comunque informatizzato, perché sia anche sostenibile.

    E mi dispiace ma la città, se non diventa sostenibile, non è diventata affatto intelligente.

    Più che smart city, quindi, quella che sta prendendo forma dovrebbe chiamarsi città digitale.

    Dove cambia la tecnologia ma non c’è un incremento di intelligenza.

    COSI’ NON COSTRUIAMO DELLA SMART CITY PERO’ MA DELLE STUPID CITY DIGITALI.

    La Smart city fonda la sua concezione su alcuni pilastri, anche nella terminologia utilizzata dalle istituzioni internazionali.

    UNA CITTÀ, PER ESSERE SMART, deve far diventare facile, veloce e intelligente il rapporto del cittadino con le istituzioni e l’amministrazione pubblica, la mobilità, il lavoro, l’energia, la gestione delle risorse ambientali, il sistema finanziario.

    Un insieme di componenti, quindi, che se realizzato in modo armonico conduce naturalmente alla sostenibilità.

    UNA CITTÀ SMART, SECONDO ME, E’ UNA CITTÀ SOSTENIBILE.

     

    Gli sfidanti. Forze e debolezze.

     

    La sfida è tra la semplicità fine a se stessa del digitale duro e puro, e la complessità di un mondo che diventa sostenibile.

    La stupid city usa le nuove tecnologie per essere veloce, connessa, digitale. Ha sistemi automatizzati e reti informatiche. Abbassa i costi dei servizi e l’accesso all’informazione.

    Eppure non riesce a creare ricchezza diffusa, non aumenta il benessere, non riesce a tutelare l’ambiente e non risparmia risorse.

    Il sistema è soltanto apparentemente migliore. Ognuno decide per sé e cerca il suo vantaggio immediato senza capacità, né l’ambizione, di agire a livello più alto e cambiare in meglio il futuro.

    La smart city è un’altra cosa.

    Come la città digitale stupida è veloce, connessa, informatizzata e digitale. Ma ha un metro per misurare la bontà delle sue soluzioni. Questo metro è la sostenibilità dello sviluppo, la capacità quindi di creare ricchezza –sociale, ambientale ed economica – a lungo termine.

    UTILIZZO DI RISORSE RINNOVABILI, ECONOMIA CIRCOLARE, RIDUZIONE DEL CONSUMO DI MATERIALI, EQUILIBRIO TRA FATTORI ECONOMICI, SOCIALI E AMBIENTALI

    Queste sono le caratteristiche di una città intelligente.

     

    Che futuro fa.

    Nel futuro che sta prendendo forma la città digitale sta avanzando. Ma si tratta di una corsa finalizzata esclusivamente alla velocità, che ci fa correre per non portarci in nessun posto. Stiamo costruendo delle città connesse, questo sì. Ma non chiamiamole per favore smart city.

     

    Dico la mia, perché le cose possono cambiare. E spesso è meglio che cambino.

    Io penso che fare chiarezza tra semplice aggiornamento tecnologico e reale smartificazione della città sia possibile.

    Se capiamo tutti la differenza tra digitale e intelligente siamo più di un passo avanti per inseguire l’obiettivo grosso, cioè la costruzione della vera smart city.

  • VIDEO SFIDA – AUTO ELETTRICA RIVOLUZIONE SENZA ISTRUZIONI PER L’USO

    Tutti dicono elettrico. Il nostro smartphone si ricarica e ha le batterie, lo stesso vale per il nostro tablet.
    sono elettrici anche il computer, il forno, la lavatrice, la lavastoviglie e così via per un elenco lunghissimo che attraversa la nostra vita attuale. E poi il treno, il tram, la metropolitana.
    La cosa più ovvia pare che diventi ricaricabile con la corrente ELETTRICA anche la nostra auto.

    Viene da dire che ormai lo sanno anche i sassi: l’auto del futuro è elettrica.

    Il problema è capire quando arriverà questo futuro. Perché oggi di auto elettriche in giro se ne vedono veramente poche. E qualche motivo ci deve essere.

    GLI SFIDANTI. FORZE E DEBOLEZZE.

    I clienti tecnologici e conservatori.

    I tecnologici sono quelli che pensano che con la tecnologia riusciremo a fare tutto, anzi spesso lo possiamo già fare. L’auto elettrica è nelle loro corde e se hanno abbastanza denaro e le condizioni minime necessarie, cioè la possibilità economica, un garage e un punto di ricarica a casa e al lavoro, la comprano subito.

    Non sono abbastanza, però, per rappresentare realmente un mercato di sufficienti dimensioni.

    Inoltre spesso, oltre all’auto elettrica, hanno anche un’auto convenzionale o accesso a altre modalità di spostamento.

    I conservatori vogliono dall’auto di domani perlomeno ciò che hanno dall’auto di oggi. Nulla di meno e, anzi, qualcosa in più.

    Non sono disposti a spendere di più per averla, non vogliono aspettare ore per una ricarica, vogliono la stessa autonomia che garantisce oggi un pieno di diesel, vogliono poter rifornire la loro auto al bisogno, senza programmazione, e con una grande rete di distributiva a disposizione e ricariche velocissime.

    Le case auto di oggi e di domani.

    La grande sfida è tra le case auto di oggi, quelle che hanno già molti clienti, spesso anche soddisfatti, tra i conservatori, e le case di domani.

    Una su tutte la Tesla ma ne stanno arrivando altre pronte a cogliere l’onda dell’auto elettrica e magari anche della guida autonoma.

    Come la Dyson, che dagli aspirapolvere senza filo trae risorse da investire nell’auto elettrica e arriverà in un paio d’anni sul mercato, chissà forse Apple e certamente Uber, Google e moltissime start-up americane e asiatiche. La differenza tra case di oggi e di domani è nella possibilità di abbracciare il futuro senza rendere di colpo vecchio il presente. Chi è forte oggi ha i clienti. Non può rischiare di perderli. Chi arriva dal nulla non ha clienti e questo qualche problema lo crea. Ma può rischiare il tutto per tutto.

    CHE FUTURO FA.

    Il mercato parla chiaro, le auto elettriche quando va bene sono a pochi punti percentuali delle vendite.

    Stanno vincendo i conservatori ma questo crea un problema grosso.

    Perché tra i tecnologi ci sono le nuove generazioni e l’auto rischia di non saperle intercettare in tempo. Le case di oggi soprattutto, rischiano di saperli può attirare.

    DICO LA MIA. PERCHE’ LE COSE POSSONO CAMBIARE. E SPESSO E’ MEGLIO CHE CAMBINO.

    La mia opinione è che l’auto non si possa permettere di non avere un futuro.

    Questa volta la minoranza deve vincere sulla maggioranza, anche se lo squilibrio potrebbe sembrare schiacciante.

    L’auto ha ancora una volta l’occasione di essere protagonista del cambiamento, le Zero Emissioni allo scarico sono una condizione necessaria perché possa continuare a essere un prodotto guida .

    La mobilità del futuro è fatta di trasporti collettivi e condivisi, corse a chiamata – anche senza conducente – ma non deve farci rinunciare alla libertà, all’intimità e alla bellezza che può regalare un’auto.

  • VIDEO SFIDA – VINCE CHI IMPONE I PROPRI INTERESSI

    Bisogna sempre capire chi siano gli sfidanti e quali gli interessi in gioco. Quale sia la dinamica del conflitto.

    Nella vita non vince chi ha ragione ma chi riesce a imporre i propri interessi.

    La mia VIDEO SFIDA funziona così. Capiamo il tema e lo scenario, individuiamo gli sfidanti, le loro forze e le debolezze. Ne esce fuori il futuro che sta prendendo forma. Chi sta vincendo e chi no. Poi però dico la mia opinione.

    Le cose infatti possono cambiare. E spesso è meglio che cambino.

    Apriamo una finestra sul domani per poterlo migliorare. Non ci interessa un futuro da subire, ma un futuro da costruire.