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  • #7 Emissione Impossibile in collaborazione con Motor1.com

    Insieme a Motor1 Italia realizziamo la prima webserie italiana che affronta gli argomenti più caldi nel percorso verso la mobilità a Zero Emissioni.

    La collaborazione con Motor1 Italia rappresenta un’occasione imperdibile di confronto con una delle più grandi community di appassionati di auto su YouTube.

    Sono oltre 340.000 gli iscritti al canale YouTube di Motor1 Italia, una platea incredibilmente estesa e interessante per portare i temi del progetto Obiettivo Zero Emissioni all’attenzione di chi ama l’automobile e desidera muoversi liberamente. E deve continuare a poterlo fare con costi ragionevoli e senza troppi problemi anche quando dal veicolo scompaiono le emissioni inquinanti.

    Il titolo fa capire subito che la questione è di enorme complessità.

    Le emissioni devono sparire dalla scheda tecnica delle auto. Questo è chiaro a tutti. Come riuscire a centrare l’obiettivo traghettando verso il cambiamento tecnologico un intero settore che garantisce centinaia di migliaia di posti di lavoro e percentuali significative del PIL nazionale in tutte le più grandi economie mondiali è tutt’altro che definito.

    Emissione Impossibile approfondisce le caratteristiche tecnologiche delle soluzioni in campo, gli scenari energetici ai quali devono essere associate, le dinamiche socio-economiche e gli effetti sull’ambiente e sulla salute umana da tenere in considerazione.

    Ogni giovedì Fabio Orecchini, fondatore di Obiettivo Zero Emissioni, e Alessandro Lago, Direttore di Motor1 Italia, analizzano – anche grazie allo stimolo dei commenti inviati dal pubblico – gli aspetti più importanti e a volte controversi della questione ambientale applicata all’auto e alla mobilità.

  • IL RUGGITO – AIUTO LA STRADA E’ PIENA DI “STRANE COSE”

    DI MARIO CIANFLONE – GIORNALISTA DEL SOLE 24 ORE
    Micromobilità.
    Bel parolone di moda che nasconde l’ultima hype eco green super cool del momentO.
    i monopattini elettrici e i loro, più o meno sofisticati, simili che spaziano dagli overboard (gli skate a batteria con le ruote ai lati) ai vari Segway.

    Sono oggetti divertenti ma il dramma è cercare di trasformarli in veri veicoli, in mezzi di trasporto per i microspostamenti sostenibili.

    Al momento questi “cosi” non sono omologati, sono in un limbo del codice e non è possibile usarli in strada o sul marciapiede. Si attendono provvedimenti normativi e set di regole e nel frattempo i buoi sono scappati dalla stalla con il placet di amministrazioni comunali come quella di Milano che ha addirittura dato le autorizzazioni a una società che fa sharing di monopattini a batteria.

    Mancano le regole in un mondo dove le regole quasi mai si rispettano. E in città impestate da ciclisti contromano e sui marciapiedi sono arrivati anche i monopattinatori che sfrecciano con le ali sotto in piedi.

    Sono mezzi pericolosi, usati spesso senza perizia e in un Europa che vuole fare della sicurezza stradale un punto fermo, permettere la circolazione di questi veicoli sembra essere una follia quando anche gli scooter hanno l’Abs.

    E lo è a maggior ragione senza regole: qualcuno ha idea di cosa succede se uno di questi investe una persona e la ferisce o la uccide? E trovarsene uno contromano mentre si guida un’auto o si è in sella a una moto, a uno scooter o una bici? E che dire di passeggiare sereni e farsi buttare in terra da uno genio a ruote sul marciapiede?

    A parte il fatto che un trauma spinale fa forse più male dell’NOx (provate a cadere di schiena con un overboard) in molti casi si tratta di prodotti di qualità infima: mal costruiti e poco sicuri.

    Certo ce ne sono di belli e ben fatti come lo Xiami che meriterebbe una vera omologazione, mentre altri sono giocattoli spacciati per veicoli al servizio della mobilità green rigorosamente “no oil”.

    Se la mobilità è micro allora meglio andare a piedi.

  • VIDEO SFIDA – EMISSIONI E CAMBIAMENTI CLIMATICI L’INCREDIBILE BUGIA

     

    Non si può parlare di emissioni e cambiamenti climatici se non si parla di energia.
    E se guardiamo ai dati e alle previsioni energetiche mondiali, la lotta ai cambiamenti climatici ci appare per quello che è, purtroppo, una grande bugia.

    Il consumo mondiale di combustibili fossili continua ad aumentare

    Secondo l’International Energy Agency, ritenuto il massimo osservatorio sulla situazione energetica del pianeta, continueranno ad aumentare da qui al 2040, anno al quale si ferma la proiezione dell’ultimo Energy Outlook.

    Per limitare l’effetto serra e i cambiamenti climatici, invece, quei consumi dovrebbero diminuire. Non ci siamo, quindi, non ci siamo proprio. Non è vero che stiamo lottando contro i cambiamenti climatici e contro l’incremento della temperatura media dell’atmosfera terrestre. Al contrario, stiamo continuando ad accelerarli.

    Gli sfidanti. Forze e debolezze.

    La sfida è tra realtà e apparenza.

    Realtà.

    L’anidride carbonica è il gas di origine antropica, cioè prodotto dalle attività umane, maggiormente responsabile dell’effetto serra. Proprio l’aumento della sua concentrazione in atmosfera è indicato dai climatologi e dallo specifico panel internazionale creato nel 1988 dalle Nazioni Unite – l’IPCC (international Panel on Climate Change) che ha anche ricevuto nel 2007 il premio Nobel per la Pace insieme ad Al Gore, ex vicepresidente degli Usa.

    L’anidride carbonica “che conta” quando si parla di cambiamenti climatici è la CO2 aggiuntiva emessa.

    Quella cioè che non è frutto di un ciclo naturale dell’atmosfera così com’è oggi, in questa era geologica, come accade per la CO2 coinvolta nella fotosintesi clorofilliana – fissata dalle piante durante la loro crescita e poi rilasciata per esempio dalla combustione di un pezzo di legno.

    Ma che viene invece “dal passato”, nel senso che è stata sottratta all’atmosfera milioni di anni fa, conservata per milioni di anni sottoterra in giacimenti di carbone, petrolio, gas naturale, e oggi viene invece reimmessa in aria a causa del nostro utilizzo di quelle risorse.

    Questa è CO2 aggiuntiva, questa è quella che possiamo e dobbiamo evitare di emettere.

    Questa è l’anidride carbonica che certamente non limiteremo se l’andamento di estrazione e consumo di combustibili fossili nei prossimi trent’anni sarà quello previsto dalla IEA.

    Apparenza.

    Esistono importantissimi accordi internazionali, oggi il più importante tra tutti è quello di Parigi del dicembre 2015 (COP 21).

    Ci sono poi programmi di governo, politiche della sostenibilità di grandi e piccole aziende.

    Arrivo a dire anche i programmi scolastici e universitari di tutto il mondo ormai indicano nella riduzione delle emissioni, in particolare di quelle di CO2, un obiettivo esplicito.

    Esiste anche in questo caso una proiezione della IEA, fatta per mostrare cosa succederebbe se – per remota ipotesi – dalla teoria si passasse alla pratica.

    Le curve dei combustibili fossili scenderebbero, ovviamente. Come dovrebbero scendere se la lotta ai cambiamenti climatici fosse una cosa seria per il genere umano.

    Attenzione, perché anche questa curva prevede un continuo aumento di CO2 in atmosfera, non una riduzione. Si tratta di un rallentamento dell’incremento, necessario per limitare i danni.

    Che futuro fa.

     

    Il futuro che si sta delineando è chiaro.

    La realtà è che non stiamo affatto lottando contro il cambiamento climatico.

    La proiezione delle politiche reali da parte della IEA è netta.

    La riduzione delle emissioni di CO2 è una grande bugia.

     

    Dico la mia,perché le cose possono cambiare. E spesso è meglio che cambino.

     

    La mia idea è altrettanto netta. L’apparire deve diventare essere.

    La curva va resa discendente subito, con una iniezione massiccia di fonti rinnovabili al posto di quelle fossili

    Anche oltre le proiezioni della IEA che tengono conto degli accordi, ma sempre dal punto di vista di chi è nato e cresciuto a pane e petrolio (perché la IEA è fortemente condizionata dalle compagnie petrolifere).

    Se guardate bene i numeri, magari vedendo bene i grafici sul sito fabioorecchini.it Obiettivo Zero Emissioni, notate che la percentuale di rinnovabili al 2040 è ancora minimale.

    L’energia solare e l’eolica non sono nemmeno nominate, come se soltanto citandole alla IEA o a qualcun altro possa venire la rosolia.

    Se dalla difesa passiamo all’attacco.

    Se dall’inseguimento di una riduzione marginale delle emissioni passiamo all’Obiettivo Zero Emissioni, tutto cambia. In meglio. Questo comporta però un cambiamento energetico mai visto prima, che per tramutarsi in una opportunità di crescita economica deve essere accompagnato da politiche decise, rapide, lungimiranti.

     

  • La Città della Opel diventa elettrica

    la Opel accelera sulla strada dell’elettrico.
    Lo fa iniziando da “Casa propria”, come tutti dicono bisognerebbe fare ma in pochi davvero fanno.

    La Opel farà di Rüsselsheim – città tedesca dove è stata fondata nel 1862 e costruisce automobili dal 1901 – una città ideale per la mobilità elettrica, con ben 1.300 punti di ricarica entro il 2020.

    La località, che ospita anche il centro di ricerca e sviluppo europeo del gruppo Hyundai, dista 10-15 minuti dall’aeroporto di Francoforte e, visto che la sua popolazione non supera i 65mila abitanti, avrà la più alta concentrazione di colonnine di tutta l’Unione Europea.

    Basti pensare che attualmente Amburgo, la città più “densa” in Germania, ha 785 punti di ricarica a fronte di una popolazione di 1,8 milioni di abitanti.

    Nell’iniziativa saranno investiti 12,8 milioni di euro (dunque circa 10mila euro a punto di ricarica), grazie a un finanziamento del Ministero dell’Economia tedesco e sarà curata da un consorzio del quale fanno parte la municipalità, la Opel e la RheinMain University.

    L’Università, grazie ai dati raccolti, studierà anche i comportamenti di mobilità. Lo stesso ateneo avrà 20 nuovi punti di ricarica. Altri saranno dislocati nei complessi residenziali, presso i supermercati e i centri commerciali e anche nei presso del locale ospedale.

    Nei parcheggi ce ne saranno 600 e ben 350 negli spazi adibiti alle auto aziendali della stessa Opel. Altri 50 saranno su altre proprietà private.

    Il progetto di fare di Rüsselsheim un punto di riferimento e di studio per l’infrastruttura di ricarica era stato già scritto nel 2017 sul PACE!

    Ovvero nel piano strategico di rilancio che PSA ha messo in campo per Opel.

    Il PACE! prevede il lancio di 4 modelli elettrificati entro il 2020 e dal 2024 prevede che tutte le Opel abbiano una versione elettrica. Per farlo, saranno sfruttate al massimo le sinergie con il gruppo PSA.

    La Grandland PHEV infatti, che condivide la stessa piattaforma della 3008, sarà la prima Opel ibrida plug-in. E anche la futura Opel Corsa, che nascerà sulla stessa base tecnica della DS3 Crossback e della Peugeot 308, avrà una versione elettrica.

    Altrettanto interessante è che queste vetture, appena uscite dalla fabbrica troveranno l’ambiente migliore per vivere e prosperare.

    Immaginate, ad esempio, che un’iniziativa analoga a Rüsselsheim venga attuata a Wolfsburg, Stoccarda, Detroit, Nagoya oppure a Cassino, a Mirafiori o a Melfi.

    Sarebbe segnale giusto per dimostrare che si tratti di un futuro nel quale i costruttori credono.

    Coinvolgendo, prima di tutto, le persone che queste nuove auto sono chiamate a produrle e, magari, a comprarle o ad utilizzarle.

    Sì, proprio in un unico sistema nel quale l’elettrico non si veda solo passare, ma si possa vivere tutti i giorni. Un’occasione a disposizione dei costruttori per tornare ad essere più sociali, oltre che “social”.

  • Aston Martin come Jaguar il passato diventa elettrico

    Non solo il futuro può essere elettrico, ma anche il passato.
    Lo pensa l’Aston Martin Works, il ramo del famoso costruttore britannico di auto sportive che si occupa dei modelli storici, reperendoli e restaurandoli nell’impianto di Newport Pagnell

    Da quel sito produttivo sono uscite tutte le 13mila Aston Martin costruite dal 1955 al 2007, prima che la produzione emigrasse nel nuovo stabilimento di Gaydon, ad un’ora di macchina.

    L’idea è semplice: la vita per le auto normali, anche quelle storiche, diventerà sempre più difficile.

    Per elettrificarle basta un kit di conversione che va tutto all’interno del cofano lasciando intatta l’auto e permettendo di installare di nuovo, in qualsiasi momento, tutta la meccanica originale.

    Non per nulla a Newport Pagnell chiamano questo concetto “cassette EV powertrain”, parole che fanno pensare alle audiocassette. Dovrebbe dunque trattarsi di una sorta di scatola che contiene motore, trasmissione, batteria, caricatore ed elettronica di controllo. L’unica modifica visibile dovrebbe essere il piccolo schermo dedicato al sistema ma – assicurano i tecnici britannici – sarà molto discreto. La prima “cassette” in listino sarà quella per la DB6 MkII Volante del 1970, ma presto ce ne saranno altre.

    Già la Jaguar aveva creato la E-Type Zero, ovvero la versione “retrofit” elettrica di quella che Enzo Ferrari definì “L’automobile più bella del mondo” e le cui immagini hanno fatto il giro del mondo dopo che il principe Harry si è fatto fotografare con la moglie Meghan, uscendo dalla Frogmore House dove si era svolto il loro banchetto nuziale.

    Qualcuno credeva che servisse solo per promuovere la svolta elettrica del marchio, invece la Jaguar ha deciso di mettere in vendita il kit di trasformazione al non modico prezzo di 350mila sterline (400mila euro), auto esclusa.

    Più di ragioni filologiche e di immagine, la “heritage electrification” è una questione di business che tenta di ricondurre all’ovile un fiume di denaro che rischiava di prendere altre vie visto che nel mondo stanno nascendo diverse aziende che promettono di elettrificare auto di interesse storico come la prima Mini, il Maggiolone e il Bulli di Volkswagen e la Porsche 911.

    Quello che è interessante invece è la visione più ampia dell’elettrificazione che, oltre al passato, coinvolge anche il futuro della casa il cui nome completo è Aston Martin Lagonda non per caso.

    Il piccolo costruttore britannico sembra infatti intenzionato a far rivivere il marchio Lagonda dopo decenni, facendone il suo brand elettrico di lusso.

    Il primo modello debutterà nel 2021 e sarà un Suv basato sul Vision Concept presentato al Salone di Ginevra del 2016.

    Ma la prima elettrica di casa sarà l’Aston Martin Rapide E attesa entro quest’anno.

    Entrambi avranno la loro casa nel nuovo stabilimento che sta sorgendo in Galles sulle ceneri del sito militare di St Athan. Nessuno si aspettava però che la prima Aston Martin elettrica provenisse da Newport Pagnell e dal passato.

  • Auto elettrica solo uno su venti tornerebbe indietro

    Va bene, ho deciso: passo all’auto elettrica. E se poi dovessi pentirmi?
    Succede solo nel 5% dei casi.

    Lo sostiene un’inchiesta condotta da Fully Charged, un canale YouTube britannico attivo da 8 anni.

    Il canale ha pubblicato oltre 380 episodi e conta più di 384mila iscritti e un’audience media settimanale di 2 milioni di spettatori, numeri che ne fanno uno dei riferimenti mondiali per i veicoli elettrici e tutto quello che gli ruota intorno, non ultime le energie rinnovabili.

    L’inchiesta si è svolta attraverso un questionario di 50 domande al quale hanno risposto 7.723 persone e chi tra questi già la possiede ha dato un responso assolutamente univoco.

    L’auto con la spina piace e pochissimi tornerebbero indietro, anzi il 57% afferma che intende acquistarne una nuova entro i prossimi due anni.

    Di questi, tre quarti vogliono un’auto elettrica, il restante invece è orientato verso una ibrida plug-in.

    Molto interessante il fatto che l’88% di chi ha un’elettrica è pronto a cambiare marchio, un vero campanello d’allarme per i costruttori che la offrono a listino e devono quindi guardarsi con molta attenzione dalla concorrenza per una clientela che – in questa fase di veloce sviluppo e nuovi arrivi – manifesta un’effervescente propensione al cambiamento.

    Proprio sulla clientela dell’auto elettrica, l’inchiesta fornisce anche un altro dato interessante.

    I clienti attuali non acquistano l’auto elettrica per una particolare attenzione all’ambiente, ma perché sono interessati alle nuove tecnologie, in particolare quelle che riguardano la mobilità e l’energia.

    In pratica 9 clienti su 10 lo confermano.

    Mentre i cambiamenti climatici e l’inquinamento atmosferico valgono rispettivamente il 40% e il 44%.

    L’84% manifesta un’attenzione spiccata per tutte le nuove forme di energia e le tecnologie ad esse correlate come i pannelli solari, le batterie, le reti intelligenti, il vehicle-to-grid e le pompe di calore. Non a caso il 69% di essi vuole passare ad un fornitore di energia verde.

    Quanto ai fattori che frenano la scelta di un’auto ricaricabile, più della mancanza di un’infrastruttura di ricarica capillare, pesano il prezzo dell’auto nuova (33%) e il valore residuo dell’usato (14,9%) tradizionalmente un elemento molto considerato nel Regno Unito.

    Fattori che comunque non riescono a compensare la consapevolezza che i costi di gestione sono significativamente inferiori.

    Il mercato britannico del 2018 si è chiuso con 2,37 milioni di unità (-6,8%) e dicembre ha visto il 21° mese di calo consecutivo.

    L’aumento delle auto a benzina (+8,7%) e il crollo del diesel (-29,6%) ha causato un aumento delle emissioni medie di CO2 (124,5 g/km, +2,9%), parzialmente compensato dai 141.270 AFV (Alternative Fuel Vehicles) con un aumento del 21% e una predominanza dell’ibrido che vale per circa il 57%.

    Salgono le ibride plug-in del 25%, meno le elettriche (+14%) con 15.474 immatricolazioni, ovvero lo 0,7% del mercato nonostante un incentivo di 3.500 sterline che nel 2016 ne valeva 5mila e 4.500 nel 2017.

  • IL MITO CADILLAC SFIDA LA TESLA

    Anche LA Cadillac diventerà elettrica.
    Così il “vecchio” lusso americano sfiderà il nuovo lusso a stelle e strisce targato Tesla cominciando da un Suv il cui antipasto è stato presentato al Salone di Detroit edizione 2019.

    Il concept non ha neppure un nome, diventerà un prodotto di serie del 2021 e sarà basato sulla nuova piattaforma modulare BEV3.

    Il presidente di GM, Mark Reuss ha definito la BEV3 «la tela sulla quale potremo dipingere un programma profittevole per l’elettrico» e ha descritto il suo sistema di batteria come «cubetti da infilare in una vaschetta per il ghiaccio».

    La BEV3 garantirà percorrenze fino a 300 miglia (482 km), potrà supportare differenti tipi di carrozzeria (berline, Suv e anche mezzi commerciali), avere uno o due motori e trazione anteriore, posteriore o integrale.

    La GM ha anche la BEV2 sulla quale è basata la Chevrolet Bolt, ma che certo non assicura la modularità (e dunque le economie di scala e i profitti) della BEV3.

    La General Motors ha in programma il lancio di oltre 20 nuovi veicoli elettrici entro il 2023 e ha affidato questa operazione a Pamela Fletcher che risponderà a Doug Parks, vice presidente per i Veicoli Elettrici e la Guida Autonoma.

    La Fletcher ha curato il progetto della Bolt, della Spark EV e anche della Cadillac ELR, l’elettrica ad autonomia estesa prodotta dal 2014 al 2016 sulla base della prima Chevrolet Volt (alias Opel Ampera).

    L’unico modello elettrificato in gamma è la berlina CT6 Plug-in Hybrid, ma è stato già deciso di dismetterla per concentrare le proprie energia sui SUV e sull’elettrico del quale Cadillac sarà l’apripista per GM. Il gruppo di Detroit sembra così aver ripensato il ruolo di un marchio che, dopo gli anni d’oro, ha faticato a ridefinirsi.

    Cadillac non è solo il mito del lusso americano, dell’opulenza, delle pinne e dei motori V16, ma anche la prima auto al mondo a introdurre il cambio sincronizzato, le sospensioni indipendenti, l’avviamento elettrico, il parabrezza curvo, l’head-up display o il sistema di visione notturna.

    Dopo decenni di gloria, Cadillac negli anni ‘80 ha sofferto prima i concorrenti europei e poi quelli giapponesi. Poi ci fu il tentativo di rilanciarne l’immagine sportiva e farne un marchio globale, con operazioni anche discutibili come la BLS, berlina media prodotta in Svezia dal 2005 al 2010 sulle linee della Saab.

    Nel 2014 si è provato a farne un moderno marchio di lusso, separato dal resto della galassia GM tanto che il suo quartier generale è stato spostato a New York, nel quartiere di Soho. L’idea era del manager sudafricano Johan de Nysschen (ex Audi e Nissan) che però è stato messo alla porta lo scorso aprile con il conseguente ritrasferimento delle masserizie a Detroit.

    Ora arriva la nuova sfida verso Tesla e le elettriche tedesche, seguendo la ricetta stilistica di queste ultime.

    Il concept infatti ha linee e proporzioni convenzionali, forse troppo rispetto alla tradizione di Cadillac. Evidentemente anche a Detroit credono che l’innovazione sia meglio farla sulla sostanza, non sulla forma.

  • IL RUGGITO – I NUMERI DEL DIESEL RIMANGONO SUPER 

    DI MARIO CIANFLONE – GIORNALISTA DEL SOLE 24 ORE

     

    Ho fatto il pieno, 50 litri, a una macchina diesel.
    Sì, a una vituperata auto a gasolio.

    Ho fatto 30 km e quale era l’autonomia residua indicata dal computer di bordo? 890 chilometri.

    Ripeto: ottocentonovanta chilometri. Come da Milano a Bari o da Milano a Lipsia.

    Così per dire.

    In realtà poi ho fatto altri 250 km e i consumi, in abito urbano, sempre a Milano con un po’ di tangenziale trafficata e tratti veloci sono rimasti coerenti: 18 km con un litro di gasolio.

    Questa è sostenibilità ambientale ed economica.

    Ed è anche la conferma dell’efficienza dei turbodiesel che si traduce in scarsa CO2 emessa allo scarico e valori di NOx molto bassi.

    L’auto in questione è una BMW X2 spinta dal noto 1.995 cc bavarese da 140 cavalli euro 6. Ma il modello non è importante. Almeno, non del tutto. Quello che conta è l’efficienza e con nessuna ibrida ho mai riscontrato prestazioni simili in termini di efficienza ed economicità.

    Ovviamente nessuna elettrica potrebbe garantirmi mille chilometri di autonomia.

    Ed è un dato che fa riflettere perché viene il dubbio che sulla scia di una elettrificazione forzata a suon di “pesanti” ibride e di un abbandono del diesel sostituito da piccoli e assetati turbobenzina si stiano facendo dei gran danni all’ambiente e all’economia.

     

  • VIDEO SFIDA – AUTO IBRIDA VS AUTO DIESEL CONFRONTO VECCHIO E SBAGLIATO

    c’è ancora chi confronta auto ibride e auto diesel, oppure le ibride con le auto soltanto a benzina, gas naturale, Gpl.
    E’ un confronto vecchio e sbagliato. Tutte le auto stanno diventando ibride.

     

    Ci saranno diverse forme di ibrido, questo sì. Con motori elettrici più o meno potenti, batterie più o meno capienti. Dotate di ricarica esterna o soltanto di autoricarica.

    Gli sfidanti. Forze e debolezze

     

    Auto ibride Full-Hybrid, cioè auto dotate di un motore elettrico potente quanto basta per muovere anche da fermo l’auto in sola modalità elettrica.

    Auto ibride Mild-Hybrid, quindi con un motore elettrico più piccolo, che può far funzionare l’auto in solo elettrico soltanto in determinate condizioni, come il veleggiamento, e non farla muovere a emissioni zero ripartendo da una sosta.

    Auto ibride Ibride Plug-in, quindi con un motore elettrico potente e delle batterie ricaricabili anche dall’esterno, capaci di garantire alcune decine di chilometri di autonomia in sola modalità elettrica.

     

    Che futuro fa.

    Il problema non è quindi se scegliere un’auto ibrida, me quale ibrida scegliere.

    In Europa sta vincendo il Mild-Hybrid, non c’è dubbio. E’ in arrivo per i marchi tedeschi, francesi e anche per i marchi italiani.

    Ma non è ibrida fino in fondo. O meglio, non si tratta di un’auto che nasce per essere ibrida ma dell’evoluzione di un’auto nata diesel o a benzina.

    La soluzione piace molto ai marchi che non hanno sul mercato modelli Full-Hybrid. E con l’arrivo della nuova tecnologia detta “48 Volt”, dalla tensione dei sistemi che vengono introdotti, diventa di semplice introduzione su tutti i modelli.

     

    Dico la mia, perché le cose possono cambiare. E spesso è meglio che cambino.

    La mia opinione è che non sia detta l’ultima parola per le ibride Full-Hybrid made in Europe.

    Recentemente ho incontrato Ulrich Widmann, un personaggio al vertice dello sviluppo dell’Audi, marchio che si definisce “all’avanguardia nella tecnica”, e mi ha detto che le piattaforme in arrivo dal 2020-21 per i modelli elettrici del marchio potranno essere anche ibride, se il mercato lo richiederà.

    Beh, mi auguro che succeda. Una maggiore presenza della motorizzazione ibrida nella guida è certamente un passo avanti verso l’introduzione su larga scala e la diffusione reale delle auto a Zero Emissioni.