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  • BMW i Hydrogen Next, dal 2022 una flotta di X5 fuel cell

    Un passato non troppo lontano, un futuro da quarto pilastro della strategia dei sistemi di propulsione. Parola di chi la parola “motore” ce l’ha nel nome. BMW crede dell’idrogeno e lo stato dell’arte del suo percorso è la BMW i Hydrogen Next, il concept su base X5 presentato lo scorso settembre al Salone di Francoforte.

    BMW i Hydrogen Next
    Lo zampino di Toyota

    È il primo frutto tangibile dell’accordo con Toyota firmato dal costruttore tedesco nel 2013 e poi rinforzato nel 2016. La i Hydrogen Next è un manifesto anche nel nome. La lettera “i” indica che parliamo di una BMW dotata di motore elettrico, Next che fa parte dell’omonima strategia che porta verso l’elettrificazione secondo un ritmo ben definito in Europa: 25% entro il 2021, 33% entro il 2025 e 50% nel 2030. Percentuali che si stavano rivelando conservative visto che nei primi 2 mesi del 2020 era già al 26%.

    BMW i Hydrogen Next
    Numeri realistici, da rivedere

    BMW ha già venduto oltre mezzo milione di auto ibride ed elettriche e contava di arrivare a un milione nel 2021 solo in Europa. Se non ci fosse stato il coronavirus. Se le elettrificate dovevano essere un quarto e le vendite in Europa nel 2019 sono state di 1,08 milioni unità, il potenziale per raggiungere questo obiettivo nel corso di questi 2 anni ci sarebbe stato tutto, calcolando l’apporto di tutte le novità elettriche, ibride plug-in e a 48 Volt. Il piano di lancio prevede 25 modelli entro il 2023, almeno 12 elettrici.

    BMW Shell Oasis
    Il futuro, si va prima sul pesante

    L’alternativa a queste tre forme di propulsione sarà l’idrogeno. Appunto, sarà. Non ci sono, per il momento, le condizioni e le prospettive migliori sono per il trasporto pesante su lunghe distanze. BMW è comunque tra i membri fondatori dell’Hydrogen Council dal 2017 ed è parte attiva nel progetto Bryson. Coinvolge alcune università tedesche, ha una durata di 3 anni e mezzo e lo scopo è ridurre i costi di produzione dei serbatoi per l’idrogeno contribuendo a rendere le auto fuel cell competitive con quelle elettriche.

    BMW stack fuel cell
    Stack jap, serbatoio e motore tedeschi

    Facile dunque che i 2 serbatoi a 700 bar da 6 kg (uno trasversale e uno longitudinale) della i Hydrogen Next siano il primo frutto di BRYSON. Lo stack invece è sicuramente Toyota e genera fino a 125 kW di potenza. Il sistema ha una potenza complessiva di picco pari a 275 kW, grazie alla batteria da 1 kWh di capacità posizionata sopra al motore BMW Gen5, lo stesso che debutterà sulla nuova iX3. Dal 2022 sarà operativa una piccola flotta sperimentale di X5 a idrogeno. Il lancio sul mercato non avverrà prima del 2025.

    BMW Serie 5 GT Hydrogen
    Pazza idea di farlo a pistoni

    La storia della BMW e dell’idrogeno è lunga e anche travagliata. All’inizio ha spinto per il suo utilizzo come combustibile. Dapprima con 520h del 1979, poi con l’avveniristica H2R che ha battuto 9 record mondiali di velocità nel 2004. Nel 2005 è stato il turno della Hydrogen 7 con motore V12. Sono stati fatti studi con motori 4 cilindri a ciclo Otto con potenze specifiche di 109 kW/litro e a ciclo Diesel con rendimenti fino al 43%. C’è stato poi un prototipo su base Serie con motore da 82 kW e accumulatori e supercondensatori.

    BMW H2R
    Foto di due famiglie

    Progetti ci sono stati anche per i sistemi di rifornimento con General Motors e con Shell. Quest’ultimo, denominato Oasis, per un connettore di forma rettilinea ad autoinnesto. Poi l’abbandono dell’idrogeno e la ripresa con l’accordo con Toyota firmato il 24 gennaio del 2013 a Nagoya. Nella foto, oltre al presidente Akio Toyoda e al suo corrispettivo tedesco Norbert Reithofer, appaiono Takeshi Uchiyamada, l’artefice della Prius, e un giovane Herbert Diess, allora membro del board di BMW AG e ora presidente di Volkswagen AG.

    BMW Toyota accordo 24 gennaio 2013
    Le tappe di avvicinamento alla realtà

    Il primo veicolo sperimentale è stato una Serie 5 GT seguita da una Toyota Mirai modificata nel frontale con marchio BMW che aveva fatto pensare ad un rebadging. La X5 sarà la prima BMW a idrogeno targata dai tempi della Hydrogen 7, la prima fuel cell. Le foto fanno capire che motore e trazione saranno posteriori mentre lo stack sarà posizionato anteriormente, in alto. E questo lascia in basso spazio per un altro motore. Quanto all’autonomia, con un serbatoio da 6 kg, l’autonomia ipotizzabile è di almeno 500 km.

    BMW i Hydrogen Next
  • FCA, prestito BEI di 300 milioni per produrre auto elettriche a Melfi e Mirafiori

    FCA ottiene un prestito dalla BEI (Banca Europea degli Investimenti) di 300 milioni di euro di durata quinquennale.

    Il denaro è destinato a progetti che realizzati durante il periodo 2019-2021 e che riguardano l’elettrificazione.

    Il primo è relativo all’installazione di linee di assemblaggio per la produzione di veicoli ibridi plug-in presso lo stabilimento produttivo di Melfi, il secondo è per l’avvio della produzione di veicoli elettrici a batteria nello stabilimento di Mirafiori.

    FCA prestito BEI per produzione Jeep plug-in a 
Melfi
    Ricerca e sviluppo per nuovi sistemi di produzione

    Il sito FCA definisce tali investimenti di ricerca e sviluppo.

    Il sito della BEI li lega all’implementazione dei nuovi sistemi produttivi per i quali FCA spenderà complessivamente 614 milioni.

    Il prestito dunque copre quasi la metà dell’investimento di FCA.

    A Melfi saranno prodotte le versioni 4Xe (ibride plug-in) delle Jeep Renegade e Compass.

    Mirafiori invece sarà la casa da cui uscirà la nuova Fiat 500e.

    FCA prestito BEI per produrre 500 elettrica a Mirafiori
    La Fiat a Mirafiori si elettrifica

    Nell’area di Torino FCA ha annunciato investimenti per circa 2 miliardi entro il 2022 che riguardano anche l’elettrificazione di Maserati, la creazione del Mirafiori Battery Hub e l’installazione di pannelli fotovoltaici per 15 MW. Ci saranno 850 nuove colonnine (750 nei parcheggi dei dipendenti), alcune anche per il V2G.

    Scritta fabbrica Mirafiori FCA prestito BEI
    Anche per guida autonoma e connettività

    FCA ha beneficiato recentemente di altri finanziamenti da parte della BEI. L’ultimo è un prestito della BEI alla FCA del settembre 2018 e riguarda progetti di ricerca e sviluppo nel periodo 2018-2020 di soluzioni tecnologiche per veicoli ibridi ed elettrici, la guida autonoma, la connettività e l’implementazione di tecnologie digitali da applicare ai processi di produzione.

    Il prestito è di 420 milioni per progetti da 859 milioni.

    Mirafiori V2G
    Magneti Marelli finanziata e venduta

    Un altro prestito BEI alla FCA triennale, del dicembre 2016 per un valore di 250 milioni, riguardava progetti nel periodo 2017-2019 per un valore di 519 milioni.

    L’obiettivo era la riduzione della CO2 attraverso motori tradizionali, carburanti alternativi e nuove architetture ibride studiate dalla sussidiaria Magneti Marelli in Puglia.

    Come è noto, la Magneti Marelli è stata ceduta nel maggio del 2019 alla giapponese Calsonic Kansei per 5,8 miliardi di euro.

    FCA prestito BEI per Magneti Marelli
    Prestiti dalla BEI per oltre 3 miliardi

    Nel comunicato la BEI precisava che l’operazione consolidava il rapporto con FCA attivo dal 2009 per attività di finanziamento per un valore totale di 2,4 miliardi di euro.

    Questo porterebbe, a conti fatti, a oltre 3 miliardi i finanziamenti ottenuti da FCA da quell’anno ad oggi.

    Buona parte di questi sono stati concessi per attività di ricerca e sviluppo che riguardano l’efficienza dei sistemi di propulsione.

    FCA insegna
    Grazie a Tesla

    Secondo i calcoli della PA Consulting, FCA è tuttavia ben lontana dal target dei 95 g/km di CO2, ponderato a 92,8.

    Secondo la società di consulenza, nel 2021 FCA non riuscirà a scendere sotto i 119,8 g/km.

    Se così fosse, la multa sarebbe di 2,46 miliardi di euro. Per evitare tutto questo FCA ha acquistato da Tesla crediti di CO2 per 1,8 miliardi di euro, come rivelato dal Financial Times.

    Un investimento che legittimerebbe le previsioni di PA Consulting.

    FCA acquisto crediti emissioni CO2 da Tesla
  • Coronavirus e inquinamento, ecco le tre verità

    Coronavirus e inquinamento, l’argomento sta stimolando considerazioni da parte di molti. Non tutte corrette. Molte, a mio parere, anche inopportune.

    Il primo argomento, che attira numerosi commenti, riguarda l’introduzione delle restrizioni alla circolazione e il loro effetto sull’inquinamento. Secondo alcuni, la concentrazione di inquinanti nell’aria si abbassa. Secondo altri, assolutamente no. Oppure forse, soltanto in parte.

    Il secondo argomento riguarda il particolato, la cui concentrazione in atmosfera giocherebbe un ruolo decisivo e diretto nella terribile diffusione del Covid-19 proprio in aree altamente inquinate d’Italia.

    Partire dai fatti

    Quando sono in tanti a parlare, spesso partendo da posizioni di inadeguata preparazione scientifica sull’argomento, è bene non cadere nella trappola del sensazionalismo.

    La prima regola, per capirci qualcosa, è partire dai fatti. Quindi da ciò che hanno realmente osservato e analizzato gli esperti.

    Due semplici domande

    Chi ha studiato cosa?

    Cosa emerge realmente dagli studi di settore?

    Relazione tra restrizioni per Coronavirus e inquinamento

    I dati parlano chiaro e dicono che con le restrizioni alla circolazione introdotte per combattere la diffusione del Covid-19 l’inquinamento in atmosfera si è decisamente ridotto.

    Questo è particolarmente evidente per l’NO2 – Diossido di azoto, come mostrato chiaramente da immagini satellitari, la cui comprensione non necessita di alcuna conoscenza specifica, che riporto qui di seguito con dati ed elaborazioni dell’ESA – European Space Agency.

    Report ESA Cornavirus e restrizioni Italia
    Schermata con titolo eloquente dal sito dell’ESA – Agenzia Spaziale Europea
    ESA immagine inquinamento Italia
    Immagine dal satellite prima delle restrizioni da Covid-19
    ESA immagine inquinamento Italia restrizioni Coronavirus
    Immagine dal satellite dopo giorni di restrizioni alla circolazione da Covid-19
    Scala colori e valori NO2
    Come leggere le immagini, il colore rosso indica alte concentrazioni di NO2

    La riduzione riguarda anche il particolato, la cui concentrazione è però molto influenzata dalle condizioni atmosferiche.

    Una riduzione della circolazione, in presenza di condizioni di stallo atmosferico, ha effetti marginali.

    Questo è chiaramente indicato nei documenti dell’ARPA Lombardia e dell’ARPA Veneto.

    Coronavirus restrizioni e inquinamento Arpa Lombardia
    Interpretazione dell’Arpa Lombardia dei dati relativi all’inquinamento in presenza di restrizioni alla circolazione
    Comunicato Coronavirus restrizioni e inquinamento ARPA Veneto
    Interpretazione dell’Arpa Veneto dei dati relativi all’inquinamento in presenza di restrizioni alla circolazione con particolare attenzione al particolato

    La prima e la seconda verità

    La prima verità è che bloccando la circolazione diminuiscono immediatamente le emissioni e le concentrazioni di NO2 – Diossido d’azoto.

    Allo stesso modo diminuiscono le emissioni di particolato da traffico automobilistico, anche se va ben considerato il contemporaneo possibile incremento delle emissioni dovute all’utilizzo di riscaldamento domestico e in particolare all’utilizzo di pellet come combustibile, vista la maggiore presenza di persone in casa.

    La seconda verità è che per quanto riguarda la concentrazione in atmosfera di particolato, l’influenza delle condizioni atmosferiche si dimostra decisiva. Se permangono condizioni di stallo atmosferico, il particolato può non diminuire nemmeno in presenza di un abbassamento deciso delle emissioni.

    Questo perchè il particolato sospeso in aria non precipita al suolo e rimane in sospensione, conservando la situazione di criticità.

    Relazione tra inquinamento e diffusione di Covid-19

    Relativamente alla diffusione dei virus nella popolazione, la SIMA – Società Italiana di Medicina Ambientale in un suo documento di posizione condiviso con strutture dell’Università di Bologna e dell’Università di Bari, indica delle pubblicazioni scientifiche che correlano l’incidenza dei casi di infezione virale con le concentrazioni di particolato atmosferico.

    SIMA relazione diffusione 
coronavirus e inquinamento
    Intestazione e titolo del documento della Società Italiana di Medicina Ambientale

    Il particolato atmosferico, secondo le considerazioni degli esperti, funziona da vettore di trasporto per i virus.

    I virus sarebbero cioè in grado di attaccarsi con un processo di coagulazione al particolato, riuscendo così a rimanere in atmosfera per lungo tempo (ore, giorni, settimane). E a viaggiare anche per distanze relativamente lunghe.

    Il particolato atmosferico, oltre a trasportare i virus, potrebbe inoltre costituire un substrato capace di permettere al virus di rimanere nell’aria in condizioni vitali per un certo tempo, nell’ordine di ore o giorni.

    Un aumento delle temperature e della radiazione solare sarebbe in grado di accelerare l’inattivazione del virus, mentre un’umidità relativa elevata favorirebbe un più elevato tasso di contagio virale.

    Partendo da queste considerazioni, la SIMA evidenzia una relazione tra i superamenti dei limiti di legge delle concentrazioni di PM10 registrati nel periodo 10 Febbraio-29 Febbraio e il numero di casi infetti da COVID-19 aggiornati al 3 Marzo. Questo considerando un ritardo temporale intermedio relativo al periodo 10-29 Febbraio di 14 giorni, tempo medio di incubazione del virus fino alla identificazione della infezione contratta.

    Tale analisi sembra quindi indicare una relazione diretta tra il numero di casi di COVID-19 e lo stato di inquinamento da PM10 dei territori, coerentemente con quanto riportato per altre infezioni virali.

    Sulle considerazioni riportate dalla SIMA, va detto che il documento di posizione non è una pubblicazione scientifica. Non dimostra, cioè, con metodo scientifico le correlazioni di cui parla ma esprime l’analisi – basata su letteratura scientifica relativa ad altri virus – svolta da un gruppo di esperti e non sottoposta a revisione tra pari (condizione, questa, necessaria per una pubblicazione scientifica).

    La terza verità

    La terza verità è che la relazione tra concentrazione di particolato in atmosfera e diffusione del Coronavirus non è al momento scientificamente provata.

    Come non è provato l’effetto vettore, fisicamente possibile ma non dimostrato dalla sola incidenza della malattia, perchè – come per il fumo – il particolato potrebbe essere una concausa per il suo impatto sulle patologie respiratorie pregresse e non perchè ha una funzione di trasporto aereo del virus.

    Le ipotesi avanzate dal gruppo di esperti che ha redatto il documento della SIMA rappresentano un punto di partenza, suggestivo e apparentemente plausibile, per condurre delle analisi specifiche in merito.

    Non si tratta di conclusioni basate su un apposito studio condotto sul Coronavirus con metodo scientifico, né di un articolo pubblicato seguendo i canoni delle pubblicazioni scientifiche.

    Le fonti

    Ecco le fonti dei dati utilizzati per la mia analisi.

    L’ESA – Agenzia Spaziale Europea, che ha pubblicato una specifica animazione all’effetto dell’introduzione delle restrizioni alla circolazione in Italia sulle concentrazioni di inquinanti in atmosfera.

    Logo ESA European Space Agency

    Clicca qui per leggere il documento originale in lingua italiana dell’ESA, con la video-animazione relativa alle concentrazioni osservate da satellite.

    L’Arpa Lombardia, che ha reso note le concentrazioni di particolato e NO2 – Biossido di azoto e dedicato un documento all’interpretazione delle evidenze numeriche.

    Logo Arpa Lombardia

    Clicca qui per leggere la nota originale dell’Arpa Lombardia relativa a correlazione tra inquinamento e restrizioni alla circolazione da Covid-19.

    L’Arpa Veneto, che ha fatto lo stesso relativamente alla regione Veneto.

    Logo Arpa Veneto

    Clicca qui per leggere la nota originale dell’Arpa Veneto relativa a correlazione tra inquinamento e restrizioni alla circolazione da Covid-19.

    La SIMA – Società Italiana di Medicina Ambientale, che ha dedicato un documento di analisi alla correlazione tra concentrazione di particolato in atmosfera e diffusione dei virus.

    Logo SIMA medicina ambientale

    Clicca qui per leggere il documento originale della Società Italiana di Medicina Ambientale.

  • Nel 2030 il 20% dell’elettrico sarà a idrogeno, parola di Bosch

    Nel 2030 i veicoli ad emissioni zero saranno un quarto del totale di cui il 20% sarà coperto dall’idrogeno. Ne è convinta la Bosch, ovvero il più grande fornitore al mondo di componenti del settore automotive. Per quella data il 75% dei nuovi veicoli avranno ancora a bordo un motore a scoppio.

    Orizzonte zero emissioni il resto è ibrido

    In altre parole, la soluzione più ampia ed effettivamente efficace sarà l’ibrido nelle varie gradazioni, dal mild a 48 Volt al plug-in. Per migliorarne l’efficienza, saranno necessari motori elettrici all’avanguardia e a combustione interna ancora più efficienti. Per questo Bosch continua ad investire sui propulsori a benzina e a gasolio pur spendendo 400 milioni di euro all’anno per condurre la ricerca sulle emissioni zero.

    Bosch
    La neutralità tecnologica è la chiave

    «Il percorso che porterà a una mobilità priva di emissioni deve essere neutrale dal punto di vista tecnologico. È l’unico modo per rendere la mobilità sostenibile e accessibile al grande pubblico» ha detto il CEO Volkmar Denner intervenuto al secondo Forum Internazionale dei Trasporti (FIT – ITF). A conti fatti, il 25% dei nuovi veicoli sarà ad emissioni zero: di questi il 20% sarà a batteria e il 5% ad idrogeno. Queste previsioni dimostrano ancora una volta che la riduzione delle emissioni, per essere praticabile, deve avere progressiva e avere un costo ripartito nel tempo.

    Volkmar Denner Bosch
    Powercell, da una costola di Volvo

    Per le batterie, Bosch ha stabilito un accordo con la cinese CATL mentre per le fuel cell il partner è la svedese Powercell, azienda di Göteborg nata nel 2008 da una costola della Volvo. Bosch ha dapprima stabilito nell’aprile del 2019 un accordo con la Powercell pagando 50 milioni di euro per l’industrializzazione entro il 2022 di sistemi fuel cell basati su cella S3. In novembre è entrata nel capitale per l’11,3% rilevando le azioni detenute in precedenza dalla Midroc New Technology.

    Pensare dapprima in grande

    Più che alle automobili, Bosch pensa ai veicoli commerciali e agli autocarri che devono abbattere le emissioni del 15% entro il 2025 e del 30% entro il 2030. Un sistema di propulsione ad idrogeno è ancora costoso e ingombrante, ma il suo impatto è inferiore su un mezzo pesante. Due terzi del costo totale è dovuto allo stack. Il prezzo del combustibile è già concorrenziale: un kg di idrogeno costa 5 euro e ha l’energia di 3 litri di gasolio. Un autocarro da 40 tonnellate consuma 7-8 kg di idrogeno ogni 100 km.

    Come rendere convenienti le fuel cell

    L’idrogeno a molti sembra la soluzione migliore per il trasporto pesante poiché assicura lunghe percorrenze. La tecnologia di Powercell appare promettente perché è basata su un sistema di assemblaggio semiautomatico che ha il potenziale per ridurre i costi di produzione. Questo fattore è decisivo per l’adozione dell’idrogeno anche sulle vetture, in particolare quelle destinate ad utilizzi extraurbani e bisognose di elevate autonomie con soste brevi per il rifornimento.

    Leggi l’articolo di Giuliano Daniele sul confronto tra elettrico a batteria e fuel cell

    Leggi l’articolo sul camion ad idrogeno di Toyota a Los Angeles

    Fuel cell compressore elettrico
    Idrogeno con le ruote o senza

    La tecnologia scelta da Powercell è quella a membrana polimero-elettrolita o a scambio protonico (PEM). Bosch sta esplorando anche le celle SOFC (Solide Oxide fuel Cell) ovvero a ossidi solidi per l’utilizzo stazionario. In quest’ultimo caso il partner è la britannica Ceres Power. La SOFC è meno raffinata e costosa delle PEM e funziona ad alta temperatura. In compenso è più flessibile, sia per i combustibili in grado di utilizzare sia per la forma. Una cosa è sicura: Bosch vuole giocare in tutti e due i campi.

    L’idrogeno è naturalmente sistemico

    Il motivo è semplice: Bosch ha due terzi del suo fatturato (circa 80 miliardi) derivante dall’automotive, ma è tradizionalmente attiva nel settore energetico sia per l’edilizia residenziale sia per l’industria. Chi ha dunque un approccio più ampio all’energia sa che l’idrogeno è una soluzione sistemica. Dunque ha bisogno di più azioni coordinate, ma alla fine è più efficiente e sostenibile dell’elettrico tout court. L’azione di Bosch ha inoltre un valore politico: creare un forte polo industriale, ben integrato con il mondo della ricerca, ha un valore strategico.

    Leggi l’articolo per le azioni del governo francese per l’idrogeno

    Bosch Powercell
    L’Europa che guarda lontano

    Ricucire il vantaggio cinese e americano sulle batterie sarà lungo e difficile. In questo hanno un ruolo fondamentale la politica e l’asse Francia-Germania. Quest’ultimo ha già messo in moto il processo per la formazione di un consorzio europeo per le batterie ed è già il più attivo nel campo dell’idrogeno. In questo caso i concorrenti sono il Giappone e la Corea. Sarà dunque meglio che stavolta l’Europa si muova prima per non commettere lo stesso errore compiuto per le batterie.

    Leggi l’articolo sui piani del gruppo Hyundai sull’idrogeno

  • Nissan Leaf Nismo RC, l’elettrico scende in pista

    Nissan Leaf Nismo RC una mattina al circuito Ricardo Tormo di Valencia. Lì dove le Formula E ad ottobre sfrecciavano per i test di pre-stagione ora c’è un’altra auto elettrica da corsa. Si chiama Nissan Leaf Nismo RC ed è una specie di vetrina dove si mescolano il pret-a-porter con l’alta moda. Il primo è la Leaf stradale, anche nella versione E+ con batteria da 62 kWh e motore da 160 kW. La seconda è la Nissan IM02, la monoposto con la quale Sebastien Buemi e Oliver Rowland stanno disputando il campionato che dalla prossima stagione diventerà “mondiale”.

    Nissan IM02
    Il serpente è nell’arena

    La pioggia che ha allagato il Sud della Spagna nei giorni precedenti ha lasciato spazio al sole. Troppo poco per smacchiare dall’umido l’asfalto di quello che sembra un lungo serpente nero racchiuso in un’arena. Il vantaggio è che il pubblico può vedere ogni fase della corsa. Non ce la fanno fare per intero, ma le due curve importanti sì: la Doohan e la Angel Nieto. Il primo è un australiano che ha vinto per 5 volte consecutive il titolo nella classe 500 (l’equivalente della MotoGP), il secondo ha vinto 13 titoli nelle classi 50 e 125.

    Circuito Ricardo Tormo
    Al tempo dei 2 tempi

    Moto rumorose, scorbutiche. E a 2 tempi. Vi hanno corso per 3 anni, con i loro aromi di olio bruciato, prima di lasciare spazio alle 4 tempi nel 2002. Allora nessuno immaginava di vedere un campionato per monoposto elettriche dove 9 team su 11 sono emanazioni ufficiali di costruttori. E neppure una MotoE come quarta classe del Motomondiale. Per la cronaca, anche Ricardo Tormo era un motociclista: nato proprio nella Comunitat Valenciana, è stato 2 volte campione del mondo e morto nel 1998 per leucemia.

    Nissan Leaf Nismo RC
    Un circuito ad emissioni zero

    Una cosa è sicura: il “Ricardo Tormo” è l’unico circuito al mondo che vede le emissioni zero sia a 2 sia a 4 ruote. Ma per chi ama le automobili, le moto e il motorsport in genere, l’importante è che si vada veloci e che ci sia competizione vera, emozioni vere. Perché non di sole ragioni si vive, anche se la ricerca per ridurre le emissioni attraverso le corse ha molte ragioni. Ed è un bene che le due dimensioni avanzino parallele. Lo scopo ideale della Leaf RC Nismo RC 02 è proprio questo così come quello della RC 01.

    Nissan Leaf Nismo RC 01
    Una race car fuori dagli schemi

    La Nissan Leaf Nismo RC sta alla Leaf di serie come un’auto del DTM o della Nascar sta al modello in listino. Fuori le somiglia vagamente, sotto è tutta un’altra cosa. Il telaio è da corsa, tutto in fibra di carbonio della Toray, un gigante mondiale della chimica e dei materiali che in Italia controlla Alcantara. La sua originalità è che alla vasca centrale sono collegati due moduli identici. Ognuno sostiene le sospensioni e il motore elettrico EM57, lo stesso della Leaf E+, completo di inverter e di differenziale autobloccante.

    Nissan Leaf Nismo RC
    Tecnica da strada, numeri da corsa

    Identica anche la batteria da 62 kWh, ma il confronto con quella della RC 01 è impietoso: quella era da 24 kWh e pesava 207 kg, questa pesa 332 kg. 5,35 kg/kWh contro 8,62 vuol dire una densità energetica migliorata del 38%. Anche i due motori raggiungono un regime di 12.000 giri/min e pesano 28,5 kg che, per 240 kW di potenza massima, danno una densità di potenza di 421 kW al quintale. Livelli da ottimo motore da corsa. E se si sfruttasse tutto il loro potenziale, la densità sarebbe di 561 kW/quintale.

    Nissan Leaf Nismo RC
    Trazione integrale, futuro prossimo

    Numeri entusiasmanti, ma che ricordano ancora quanta strada c’è da fare per le batterie. Di sicuro questa RC 02 pesa 300 kg in più (1.220 kg contro 920 kg della RC 01), ma va decisamente più forte: 220 km/h contro 150 km/h e 0-100 km/h in 3,4 secondi contro 6,9, il tempo che oggi fa la Leaf E+ di serie. Merito della trazione integrale che anticipa il sistema e-4orce che vedremo sul crossover derivato dal concept Ariya, presentato all’ultimo Salone di Tokyo.

    Nissan Ariya concept
    Efficienza è raffreddarsi con poco

    La raffinata aerodinamica è poco utile per creare deportanza con le prestazioni velocistiche della Nissan Leaf Nismo RC. Per il raffreddamento di motori e batteria basta un piccolo radiatore frontale parallelo al terreno. La presa è nel punto di maggiore pressione, poco sopra il labbro inferiore. Il posto di guida è da vera auto da corsa. Tutta la strumentazione è in un display al centro del volante. Si è circondati dalla fibra di carbonio nuda e le uniche cose riprese dalla Leaf di serie sono il pulsante di avviamento e le maniglie di aperture delle portiere.

    Nissan Leaf Nismo RC
    Un sibilo assordante

    Bastano pochi metri per scindere il binomio ideale elettrico-silenzio. L’assenza di insonorizzazione e le trasmissioni a denti dritti creano un sibilo quasi assordante all’interno. Gli pneumatici sono ultrasportivi, ma stradali. La seconda cosa che colpisce è l’assetto. La RC Nismo non sa cosa siano rollio e beccheggio. I pedali vanno trattati con cura: l’acceleratore consegna 640 Nm di coppia di 10 ms, il freno ha corsa praticamente assente. Dunque bisogna scegliere istanti e impulsi giusti da dare con il piede destro.

    Nissan Leaf Nismo RC
    Recupera solo in frenata

    Il sistema permette 4 impostazioni di guida: una con 120 kW per assale, una con ripartizione anteriore/posteriore 90/110, una 80/100 e una 60/100. Con la prima, ci sono le prestazioni massime, ma la vettura tende ad allargare con il muso. Dunque meglio la seconda. Il sistema non recupera energia in rilascio, ma solo in frenata fino a 70 kW. Dunque in accelerazione si ha la potenza di una Formula E in gara, in recupero siamo ad un terzo. La differenza la fa la batteria che sulle monoposto è da competizione.

    Nissan Leaf Nismo RC
    Il punto di contatto non si vede

    Il punto di contatto vero, non solo estetico, lo spiega Michael Carcamo, capo di Nissan Motorsport. «È il software, che governa l’erogazione e la distribuzione della potenza, il recupero dell’energia e il modo in cui viene gestita». Nel caso di Nissan il trasferimento è bidirezionale. «Da 10 anni facciamo auto elettriche. Un’esperienza da 4 miliardi di chilometri, una quantità di dati impressionante e che può essere sfruttata anche nelle competizioni. Questo dimostra l’importanza della Formula E».

    Michael Carcamo
    Emissioni zero, ragioni ed emozioni

    Carcamo afferma il vero, ma c’è anche una parte di marketing. Giustamente, proprio perché le emissioni zero devono avere, in egual misura, ragioni ed emozioni per fare davvero breccia. Intanto il tempo di provare la RC Nismo in pista è finito. Quando ci sarà una GT-R elettrica? «È una bella domanda! – conclude Carcamo – Io stesso vorrei conoscere la risposta. Per il momento, pensiamo che sia più importante avere un impatto più largo possibile e la Leaf risponde perfettamente a questo scopo».

    Nissan Leaf E+ & Nismo RC
  • Audi A3, il tessuto dei sedili è in plastica riciclata

    Audi A3 dimostra che le auto di nuova generazione non sono solo efficienti ed attente alle emissioni ma si distinguono anche per essere realizzate in modo ecosostenibile.
    L’ultima novità in arrivo da Audi fa sua questa tendenza, già consolidata nel mondo della moda e dei gioielli. 

    La casa di Ingolstadt ha deciso infatti di vestire i sedili della nuova Audi A3 – svelata in anteprima in un evento virtuale in sostituzione del reveal previsto a Ginevra (salone annullato per emergenza Coronavirus) – con materiali riciclati.

    Bottiglie PET intere

    L’89% del materiale con cui sono rivestiti i sedili della Audi A3 è fatto con plastica riciclata proveniente dalle bottiglie, grazie a un processo industriale che permette di definire un’economia circolare sostenibile. In ogni auto, in pratica, ci sono circa 340 chilogrammi di plastica, di cui circa la metà sono riciclabili. 

    «Il nostro obiettivo è produrre rivestimenti durevoli e di qualità, che superino tutti i nostri test, ma che siano anche sostenibili» spiega Ute Grönheim, che lavora nel reparto sviluppo materiali e che ha curato la nuova Audi A3.

    Quarantacinque bottiglie di plastica ogni sedile e altre sessantadue per la moquette

    I rivestimenti di ogni singolo sedile sono fatti partendo da 45 bottiglie di plastica da 1,5 litri.
    A queste si aggiungono ulteriori 62 bottiglie riciclate, destinate alla moquette.

    La sostenibilità dell’abitacolo della nuova generazione della compatta dei quattro anelli è ulteriormente rimarcata da molteplici componenti prodotti facendo ricorso a materiali residui: ad esempio gli inserti insonorizzanti e di smorzamento delle vibrazioni, i tappetini e le superfici laterali del bagagliaio.

    Il processo

    Il processo inizia con la raccolta delle bottiglie usate, che poi vengono lavate e triturate in piccoli fiocchi per ricavare un granulato.

    Questo è usato per creare i fili di poliestere con cui poi si realizza un filato plastico. «Il granulato è essenzialmente lo stesso che usiamo per gli altri rivestimenti, a parte il fatto che è realizzato partendo dalla plastica riciclata» puntualizza Grönheim.

    Granulato di plastica riciclata

    Un’ulteriore differenza è che il granulato non è così puro e levigato come quello prodotto in modo industriale: peculiarità che rendono il poliestere riciclato più difficile e costoso da produrre. 
    Il filato plastico arriva nello stabilimento avvolto in rotoli che pesano circa 2 kg, dopodiché viene lavorato per trasformarsi nel tessuto necessario ai rivestimenti dei sedili.

    Filatura tessuto da plastica

    Ma in realtà necessita ancora di alcuni passaggi per essere ultimato. Innanzitutto ci sono i controlli di qualità e i più importanti vengono eseguiti dagli specialisti: si inizia osservando con attenzione la presenza di fili in eccesso, poi si passa la mano sul tessuto per trovare eventuali nodi o aree più rigide.

    Controllo visivo

    Le piccole imperfezioni vengono riparate con ago, filo e forbici, mentre le più grandi sono evidenziate. Ogni specialista controlla circa 200 metri di tessuto all’ora.

    Laminazione e controllo finale

    Dopo il controllo qualità il tessuto è arrotolato e poi lavato a 60 C° in un sistema di lavaggio industriale lungo 20 metri che è in grado di trattare 30 metri di tessuto al minuto.

    Tessuto plastica riciclata

    Ogni rotolo è composto da circa 600 metri di tessuto e  L’intero processo di lavaggio dura un’ora, dopodiché il tessuto viene levigato e asciugato.

    Nel passaggio successivo un macchinario incolla il tessuto di viscosa sul rivestimento; questo processo si chiama “laminazione” ed è fondamentale per il comfort.In questo modo, considerando tutti i materiali impiegati, il rivestimento del sedile è composto per l’89% da bottiglie di plastica riciclata.

    Obiettivi futuri

    L’obiettivo per il futuro è riuscire a utilizzare anche colla proveniente da materiali riciclati, in modo da renderlo ancora più sostenibile.

    Filato da plastica

    Dopo il controllo qualità finale e lo stress test, i rivestimenti per i sedili della nuova Audi A3 sono spediti ad un altro stabilimento. Qui il reparto cuciture mette in forma il tessuto e poi il team che si occupa dei rivestimenti lo avvolge intorno al sedile, posizionandolo correttamente.

    «Nei prossimi anni potremo fare grandi progressi nel campo della sostenibilità – conclude Ute Grönheim – Vogliamo arrivare a produrre i rivestimenti dei sedili con plastica riciclata al 100%».

  • Idrogeno, a Chubu in Giappone nasce l’energia del 2030

    Idrogeno a Chubu oggi, per arrivare a Trecentomila tonnellate l’anno di utilizzo energetico del nuovo combustibile in Giappone entro il 2030

    È l’obiettivo dell’Hydrogen Utilization Study Group di Chubu, un consorzio che comprende 10 società giapponesi di primaria importanza. Tra queste c’è anche Toyota Motor Company secondo cui l’ultima forma di energia per la mobilità è proprio l’idrogeno.

    Chubu
    La guida del governo giapponese

    Il percorso è stato denominato “The Strategic Roadmap for Hydrogen and Fuel Cells” ed è stato fissato dal governo stesso del Sol Levante. Lo scopo è creare la tecnologia, le filiera per la produzione e la distribuzione dell’idrogeno e infine l’implementazione sociale per stimolare la domanda di idrogeno. La regione di Chubu è la prima ad essere coinvolta.

    Il triumvirato per la società dell’idrogeno

    Lo studio valuterà l’utilizzo dell’idrogeno per il trasporto via mare; per la produzione di energia, per l’industria petrolifera e per la mobilità. Infine saranno analizzati i costi e evidenziati i colli di bottiglia per sviluppare modelli di business sostenibili. L’approccio è denominato “triumviro” perché coinvolge il mondo dell’industria, della finanza e governativo.

    bandiera Giappone
    Tutto intorno al Monte Fuji

    La regione di Chubu è ovviamente solo il punto di partenza. L’idrogeno a Chubu dimostra l’intento del gruppo di portare la sperimentazione in altre zone del Giappone.

    Chubu è la regione dove si trovano Nagoya e il monte Fuji, dunque nel cuore stesso del Giappone e della Toyota Motor Company. A Nagoya infatti c’è il quartier generale del Gruppo, ai piedi dell’ex vulcano c’è il principale centro di ricerca e sviluppo.

    Due milioni di Mirai

    Questo dimostra la centralità di Toyota e della mobilità nel progetto. Considerato che una Toyota Mirai percorre oltre 100 km con un kg di idrogeno, 300.000 tonnellate sono sufficienti per 30 miliardi di km, ovvero per far marciare una flotta di 2 milioni di auto con una percorrenza annua di 15.000 km. E questo è l’obiettivo solo per una delle 8 regioni per l’isola di Honshu, la principale dell’Arcipelago.

    Idrogeno ciclo
    Gli altri attori del Gruppo

    Le altre aziende sono: Air Liquide Japan G.K., Chubu Electric Power Co. Inc., Idemitsu Kosan Co. Ltd, Iwatani Corporation, JXTG Nippon Oil Energy Corporation, Mtsubishi Chemical Corporation, Sumitomo Corporation, Sumitomo Mitsui Banking Corporation e Toho Gas Co. Ltd. Dunque, parliamo di società di prima grandezza, non solo nazionale, ma mondiale.

  • Volkswagen ID.4, a Ginevra il secondo atto dell’offensiva elettrica

    Al Salone di Ginevra senza pubblico la Volkswagen presenta la ID.4, la seconda elettrica dopo la ID.3 e il primo crossover basato sulla piattaforma MEB. Stilisticamente deriva dal concept ID CROZZ, presentato per la prima volta al Salone di Shanghai nel 2017 e poi riproposto in varie salse successivamente.

    Volkswagen ID.4
    Si scopre, non del tutto

    Il debutto della ID.4 in realtà è ancora parziale. Le foto diffuse la mostrano avvolta ancora con una lieve pellicola di camuffamento, come accadde alla ID.3. L’unico dato disponibile è che l’autonomia sarà di 500 km. Presumibilmente, è la percorrenza possibile con la batteria da 77 kWh con la quale la ID.3 fa 550 km.

    Volkswagen ID.4
    Compatto, un po’ meno

    Rispetto a quest’ultima, le dimensioni sono maggiori. Il concept ID CROZZ era lungo circa 4,6 metri, dunque 35 cm in più. Il passo è ugualmente molto lungo, ma anche lo sbalzo posteriore è più marcato. Notevole la cura prestata per l’aerodinamica. La trazione sarà posteriore o integrale.

    Volkswagen ID.4
    A Zwickau, ad impatto zero

    Per vedere quindi la ID.4 “pulita” ci vorrà ancora, ma non molto, anche perché il modello definitivo dovrà andare presto in produzione a Zwickau, dove si fa anche la ID.3. Ad accomunarle, il fatto che la produzione sarà ad impatto zero. Traguardo che Volkswagen vuole raggiungere globalmente nel 2050.

    Volkswagen stabilimento di Zwickau
    Piani aggiornati

    Intanto prosegue la procedura di lancio della ID.3. Volkswagen dichiara che per le 30mila unità della versione 1st ci sono 7mila preordini in più. I piani di produzione sono stati dunque potenziati e parlano di 1,5 milioni di Volkswagen elettriche prodotte nel 2015.

    olkswagen stabilimento di Zwickau
    Un kWh a 30 centesimi

    La versione 1st avrà anche la card We Charge caricata con 600 euro pari a 2.000 kWh di ricarica presso i 150.000 punti convenzionati in tutta Europa. Presso di questi, il costo del kWh partirà da 0,30 euro. ID.3 ha un listino che parte da meno di 30mila euro dunque la ID.4 non potrà partire da meno di 35mila.

    olkswagen stabilimento di Zwickau
  • Dacia Spring, nella Ginevra virtuale l’elettrica low cost diventa reale

    La primavera elettrica sta arrivando anche per Dacia che al Salone “virtuale” di Ginevra ha presentato la Spring, concept che prefigura la prima auto elettrica low cost. Trattasi tuttavia di un ritorno visto che la Spring era stata già presentata come concept di Renault al Salone di Parigi nel 2018 e poi a Shanghai l’anno successivo come modello di serie. Si chiama infatti K-ZE City ed è prodotta in Cina in collaborazione con Dongfeng. Di diverso, la Spring ha i fari con firma luminosa a doppia Y che vedremo su tutte le Dacia.

    Dacia Spring concept
    Un film francese già visto

    La notizia è però che la Spring sarà la prima Dacia elettrica dal 2021 e che in Europa avremo finalmente un’auto ad emissioni zero accessibile e dalle dimensioni davvero urbane. La Renault K-ZE è infatti un piccolo crossover che offre abitabilità per 4 persone. È lunga 3,7 metri e larga 1,6, dunque 9 cm più di una Twingo e più stretta di 5 cm. Il motore è da 33 kW e la batteria da 26,8 kWh si ricarica a casa in 4 ore o in 50 minuti all’80% a 40 kW dalle colonnine rapide con un’autonomia di 250 km.

    Dacia Spring concept
    Autonomia promessa di 200 km

    La Dacia Spring promette invece 200 km WLTP, ragionevole per una batterie dotata di capacità simile o leggermente superiore e con un motore da 45 cv. Questo spiega la velocità massima di 105 km/h. Si spera dunque in una batteria un po’ più capace e in una potenza superiore. Renault ha una banca organi piuttosto fornita per farlo utilizzando componenti di precedente generazione in modo da contenere i costi, in puro spirito Dacia. La K-ZE dichiara un peso di soli 921 kg, ma è destinato a crescere anche per la dotazione di sicurezza necessariamente maggiore per l’Europa.

    Dacia Spring concept
    Il brand potrà più del prezzo

    La Dacia Spring promette di essere la prima auto low cost. La K-ZE è offerta a circa 10mila euro, per l’Europa il prezzo sarà ovviamente maggiore. Il paradosso potrebbe essere che la sua arma migliore non sarà il prezzo, ma il brand. Dacia infatti si è guadagnata una fama di auto accessibile e di sostanza al di là della sua convenienza. Lo confermano i 6,5 milioni di unità venduti storicamente e il successo in Italia con 88.514 immatricolazioni nel 2019 (+33,4%), veicoli commerciali compresi. Il progresso per le sole vetture è ancora più marcato (36,4%) con il primato della Duster come auto straniera più venduta e del marchio come leader assoluto nel GPL.

    Dacia Spring concept
  • Dopo la Ford Mustang, anche l’Hummer azzera le emissioni. L’auto elettrica americana è iconica

    L’auto elettrica americana guarda al futuro anzi al passato. La prossima senza tubo di scarico di General Motors sarà infatti un Hummer. Dunque il marchio più yankee che ci sia farà il suo ritorno ufficiale proprio con un pick-up ad emissioni zero dopo lo stop nel 2010 e la sua mancata vendita nell’ambito della bancarotta controllata di GM.

    Dal Superbowl alla NBA

    La voce circolata sin dal giugno scorso dunque è confermata: Hummer vivrà ancora, ma stavolta sotto l’ombrello del marchio GMC, presente solo in Nordamerica. Il primo teaser è apparso nel corso del Superbowl con l’annuncio pubblicitario da 30 secondi intitolato Quiet Revolution con il famoso cestista LeBron James. Sono seguite le immagini e i primi dati che parlano di un vero e proprio mostro, anzi di un martello (hummer, in inglese): 1.000 cv di potenza, 0-60 mph (0-96 km/h) in 3 secondi e una coppia di 11.500 lbft ovvero quasi 15.600 Nm di coppia.

    I primi dati parlano di un vero e proprio mostro, anzi di un martello: 1.000 cv di potenza, 0-60 mph (0-96 km/h) in 3 secondi e una coppia di 11.500 lbft ovvero quasi 15.600 Nm di coppia

    Detroit Hamtramck
    La gigafactory del Michigan

    Il nuovo Hummer EV sarà presentato ufficialmente il 20 maggio a Hamtramck, lo stabilimento alla periferia di Detroit dove sarà costruito dalla seconda metà del 2021. Sarà il secondo veicolo elettrico del piano di General Motors, dopo il crossover Cadillac, che va da qui al 2023 e prevede 20 modelli e un investimento di 8 miliardi di dollari. Di questi, 2,3 miliardi saranno spesi nella joint-venture con LG Chem per le batterie con un nuovo stabilimento a Lordstown, in Ohio, dove lavoreranno 1.100 persone e che avrà, a regime, una capacità di 30 GWh all’anno.

    Dopo la Mustang ecco l’Hummer

    Il fatto singolare è come GM abbia pensato di far rivivere Hummer proprio con l’elettrico. Anche Ford ha pensato di lanciare la sua prima elettrica dedicata all’interno del mondo Mustang con la Mach-E. L’obiettivo della “vecchia” industria sembra dunque quello di fare tesoro dei propri simboli per sfidare l’altra America dell’automobile, ovvero la Tesla. Ford inoltre sta preparando anche la versione elettrica della F-150 ovvero del veicolo più venduto in assoluto negli USA.

    L’obiettivo della “vecchia” industria sembra dunque quello di fare tesoro dei propri simboli per sfidare l’altra America dell’automobile, ovvero la Tesla

    La famiglia Mustang
    la difesa dell’industria americana

    La sfida è ancora più sensibile e ha valenze ancora più simboliche dopo che Elon Musk ha mostrato il Cybertruck. Quello dei pick-up rappresenta il fortino dell’industria americana. È infatti l’unico segmento dove hanno resistito all’attacco dei giapponesi. Ai primi 3 posti delle vendite ci sono infatti la Ford F-Series, il Dodge Ram 1500 e lo Chevrolet Silverado, quasi a rappresentare un patto delle “Big Three” per difendere come farebbe il generale Custer a Little Bighorn nella famosa battaglia che lo consegnò alla storia.

    Tesla Cybertruck
    Sfruttare i simboli. Ripulendoli

    I costruttori tradizionali americani sanno che la loro forza risiede nell’immagine dei loro prodotti storici e iconici. Per questo vogliono spenderla in questo frangente delicato dove il rischio di perdere spazio è elevato. Sta facendo lo stesso Harley-Davidson e altrettanto si prepara a fare Jeep con 4 modelli ad emissioni zero. L’ulteriore esigenza è quella di “ripulire” la loro immagine di “gas guzzler” raccogliendoli dal passato e consegnandoli al futuro privi di tubo di scarico.

    I costruttori tradizionali americani sanno che la loro forza risiede nell’immagine dei loro prodotti storici. Per questo vogliono spenderla in questo frangente delicato dove il rischio di perdere spazio è elevato

    Harley Davidson elettrica
    Passando per simboli ed icone

    Vista sotto questa ottica, l’approccio “iconico” appare più come una dichiarazione di debolezza che di forza e convinzione. Ma tant’è, GM prepara altri pick-up elettrici come il Silverado e il GMC Sierra, tutti figli del progetto BT1. Anche Lincoln, uno dei simboli del lusso americano, prepara un truck tutto elettrico con Rivian. Probabile che si tratti di un grande Suv che sfrutta la stessa piattaforma a skateboard che farà da base per l’F-150 e che è il motivo per cui Ford ha sborsato 500 milioni di dollari per entrare nella Rivian.

    Hummer H2 & H3
    Tra nostalgia e visione

    In altre parti del mondo e in altre stanze si ragiona diversamente. La Nissan con la Leaf, la Renault con la Zoe e prima ancora la Mitsubishi i-MiEV senza contare le Toyota Prius e Mirai o anche la Jaguar I-Pace: per costoro le elettriche o elettrificate devono avere uno stile specifico. Nell’Italia legata a doppio filo con l’America, si parte dalla Fiat 500 che sarà presentata nel giorno dell’Indipendenza. Intanto il mondo si è rovesciato. Quando la General Motors presentò la EV1 nel 1996 sembrò a tutti quasi una navicella spaziale mentre la prima RAV4 EV era perfettamente identica a quella a benzina. Erano meno di 25 anni fa.

    Quando la General Motors presentò la EV1 nel 1996 sembrò a tutti quasi una navicella spaziale mentre la prima RAV4 EV era perfettamente identica a quella a benzina. Erano meno di 25 anni fa

    General Motor EV1
    Mercati diversi, idee diverse

    Altrettanto stridente appare il confronto con l’idea di auto elettrica americana con quella europea, coreana, ma soprattutto giapponese. Nel Sol Levante si immaginano piccole taglie, soprattutto per la batteria mentre in America da tempo Tesla ha sdoganato anche capacità in kWh a 3 cifre. In Europa si media tra queste due idee, ma è l’orientamento verso auto di segmento B e C che farà la differenza. Lo stesso sta accadendo negli USA: il 72% dei 17 milioni di auto vendute nel 2019 sono truck e i 3 modelli più venduti contano per 2,1 milioni. Sarà inevitabile che Zio Sam, per raggiungere le emissioni zero in modo conveniente, dovrà sparare in quel mucchio dove numeri, certezze e convinzioni insieme fanno la guardia.

    Il 72% dei 17 milioni di auto vendute nel 2019 sono truck e i 3 modelli più venduti contano per 2,1 milioni. Sarà inevitabile che Zio Sam, per raggiungere le emissioni zero in modo conveniente, dovrà sparare in quel mucchio

    Uncle Sam