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  • Toyota e Panasonic nuova joint-venture per le batterie al litio

    Toyota e Panasonic diventeranno presto ancora più intimi per le batterie grazie ad una nuova joint-venture sulle batterie al litio che dovrebbe diventare realtà nel 2020 ridisegnando la mappa di un settore industriale che sta attraversando una fase di espansione esplosiva in vista della massiccia elettrificazione della mobilità.

    Già nel dicembre 2017 le due aziende avevano fatto sapere che stavano investigando sulla possibilità di una nuova partnership e hanno confermato questa intenzione il 22 gennaio scorso.

    La nuova joint-venture non ha ancora un nome, si sa però che sarà stabilita entro la fine del 2020, sarà partecipata al 51% da Toyota e al restante 49% da Panasonic e avrà come oggetto lo sviluppo e la produzione di batterie agli ioni di litio con celle prismatiche, al litio allo stato solido e le altre di futura generazione.

    Saranno coinvolte in tutto 3.500 persone tra operai, ingegneri e management, provenienti dalle due aziende e saranno dislocate sia in Giappone, sia in Cina.

    Il sodalizio tra Toyota e Panasonic per le batterie delle auto elettriche risale a circa 25 anni e ha radici personali oltre che industriali: la famiglia Toyoda e la famiglia Matsushita (fondatrice e controllante dell’allora Matsushita Electric Industrial) vantano infatti un’amicizia di vecchia data.

    Il primo frutto fu la prima Toyota RAV4 EV del 1995 prodotta meno di 1.500 esemplari, ma il punto di svolta industriale arrivò nel 1997 con l’arrivo della prima Toyota Prius.

    Anche in quel caso la batteria al Nichel-Idruri metallici fu fornita dalla Panasonic e così è stato per tutte le ibride del gruppo.

    Attualmente, tra Panasonic e Toyota esiste un doppio canale di fornitura: uno parte dalla stessa Panasonic e l’altro dalla Primearth EV Energy (PEVE), joint-venture nata nel 1996 nella quale la Casa di Nagoya possiede attualmente l’80,5%.

    Si tratta dunque di un’azienda nata ad uso e consumo delle Tre Elissi mentre la Panasonic serve altri costruttori, tra cui Tesla, fornendo principalmente celle.

    Toyota invece riceve dai suoi fornitori batterie al Ni-Mh e agli ioni di litio, complete anche del sistema di gestione.

    La nuova joint-venture diventerà dunque il terzo fornitore di Toyota e servirà anche altri costruttori imparentati o alleati con Nagoya – Subaru, Mazda e anche Suzuki – con l’obiettivo di trovare però altri clienti e di farlo dove l’auto elettrica ha il mercato più ampio e la realtà industriale più forte per le batterie, ovvero la Cina.

    Tale modello di business ricorda quello di AESC, joint-venture nata una decina di anni fa tra Nissan e NEC e che aveva la missione di essere il fornitore delle batterie, oltre che per l’alleanza Nissan Renault, anche per altre case.

    L’AESC si è rivelata poco efficace  finendo lo scorso agosto nelle fauci della cinese CATL, destinata a diventare il gigante mondiale delle batterie.

    Per Toyota ci sono un’opportunità di business, la necessità di difendere il vantaggio competitivo dato da 5 lustri e 13 milioni di auto elettrificate messe su strada e infine mantenere un rapporto di privilegio con un partner tecnico storico che, dal canto suo, ha l’esigenza di raggiungere una massa critica molto più ampia per mantenere la propria posizione di leader sul mercato.

  • Nasce E-Gap a Milano va in scena la ricarica mobile on demand

    SOS ricarica.
    L’ansia d’autonomia è uno dei muri pratici, ma soprattutto mentali, che ancora tengono lontana l’auto elettrica dal regno del possibile.

    Una soluzione arriva da E-Gap società con sede a Roma che ha scelto Milano come città pilota per un ambizioso progetto: fornire un servizio di ricarica mobile on demand.

    Nella foto: L’assessore alla mobilità del Comune di Milano, Marco Granelli, con Eugenio de Blasio, socio fondatore della E-Gap.

    In pratica, se la vostra auto elettrica ha la batteria a terra o prevedete di ritrovarvi in questa condizione dove i punti di ricarica non ci sono o non sono sufficienti, basta scaricare un app e prenotare l’arrivo di un piccolo furgoncino fornito di una grande batteria e di un sistema di ricarica rapida a 50 kW.

    Più si è previdenti e più tempo si ha a disposizione per ricaricare, meno costa il servizio.

    Se vi servono infatti 5 kWh (ci fate circa 40 km con una Nissan Leaf) entro 1,5 ore vi costa 20 euro, lo stesso se vi servono 10 kWh ma le prenotate con 24 ore di anticipo. E lo stesso accade se vi servono 10 kWh: entro un’ora e mezza vi costano 25 euro, quanto 15 kWh con 24 ore di anticipo.

    Facendo i conti si va da 4 euro/kWh a 1,66 euro/kWh e, numeri alla mano, il costo unitario varia dell’energia è di 3-8 volte quello praticato dal più grande operatore nazionale, ovvero Enel X, attraverso le sue colonnine.

    E-Gap è però pronta ad offrire un servizio business, dunque se siete un azienda con un parco che comprende auto o mezzi commerciali elettrici, ci si può sedere a tavolino e stabilire una tariffa ad hoc.

    Prevista anche la situazione in cui il furgone di ricarica non possa raggiungere il mezzo. Il mezzo infatti ha un caricatore trasportabile dotato di energia sufficiente a far muovere il veicolo da ricaricare in prossimità del furgone caricatore. Per ora la copertura del servizio riguarda solo Milano nella zona compresa dalla circonvallazione interna, ma è prevista a breve una sua estensione.

    Nel mirino di E-Gap ci sono 9 altre città: Amsterdam, Berlino, Londra, Madrid, Mosca, Parigi, Roma, Stoccarda e Utrecht.

    L’idea di un furgone di ricarica è stata applicata in Italia anche dalla Nissan, che aveva fornito al servizio taxi romano 3570 un Nissan NV400 allestito per la ricarica veloce, ma nel frattempo è stato dismesso poiché i punti di ricarica rapida a disposizione delle 30 Leaf in servizio sono sufficienti.

    Nel frattempo, altri stanno sviluppando altre forme di ricarica mobile come quella delle colonnine mobili alla quale sta lavorando Volkswagen.

    Servizi come questo forniscono un buon incentivo psicologico, ma anche organizzativo proprio per i taxi, ma ancora di più per il noleggio o il car sharing elettrico del tipo free floating dando ai gestori la possibilità di poter movimentare o dislocare la flotta senza vincoli particolari.

    Sembra essere questa la potenziale clientela di E-Gap, soprattutto se l’elettrificazione dei parchi auto andrà con un passo più veloce di quello tenuto dall’infrastruttura fissa o quest’ultima dovesse avere uno sviluppo poco omogeneo. In realtà come queste, un servizio come E-Gap trova le migliori condizioni per avere successo.

  • TOYOTA IL CAMION A IDROGENO SALPA DAL PORTO DI LOS ANGELES

    L’idrogeno rappresenta una delle soluzioni chiave in prospettiva della perfetta mobilità ad emissioni zero.
    Con ogni probabilità, farà partire il proprio sviluppo dai veicoli pesanti e dal trasporto delle merci.

    A questa prospettiva guarda il California Air Resource Board (CARB) che ha finanziato circa la metà del ZNZEFF (Zero and Near-Zero Emissions Freight Facilities), un piano da 82 milioni di dollari che servirà a fornire il porto di Los Angeles di un sistema di trasporto a idrogeno composto da 10 camion e 2 motrici a idrogeno più 2 nuove stazioni di rifornimento capaci di produrre oltre una tonnellata di idrogeno “verde” al giorno.

    I primi mezzi saranno realizzati sulla base di camion T680 Kenworth in collaborazione con la Toyota. Ciascun mezzo sarà dotato di due stack di fuel cell della Toyota Mirai e di una batteria tampone agli ioni di litio da 12 kWh.

    Il primo esemplare pilota è già stato realizzato nella primavera del 2017 e ha percorso oltre 10.000 miglia.

    E’ stato testato facendo la spola tra il porto di Los Angeles e quello di Long Beach (poco meno di 6 km e mezzo), ha una potenza di oltre 500 kW e 1.800 Nm di coppia con una portata di 80.000 libbre (oltre 36 tonnellate) e un’autonomia di oltre 200 miglia che sui nuovi esemplari dovrebbe essere portata a 300 miglia.

    Le stazioni di ricarica saranno invece realizzate dalla Shell e il sistema di rifornimento coinvolto potrà contare anche sulle altre 3 stazioni che la Toyota ha nell’area di Los Angeles.

    Lo ZNZEFF consentirà di evitare di emettere nell’atmosfera 462 tonnellate di anidride carbonica e 0,72 tonnellate di emissioni inquinanti tra NOX, idrocarburi incombusti e PM10. L’obiettivo per le aziende coinvolte è ovviamente valutare con attenzione la praticità, i costi e la loro scalabilità qualora i numeri crescessero.

    La filosofia del sistema logistico è quella del “shore to store” (dalla costa al negozio) e non coinvolgerà dunque solo l’interazione tra i due porti vicini, ma anche località verso l’interno come San Bernardino e Ontario che distano rispettivamente 90 e 120 km dall’approdo della Città degli Angeli il cui volume di merci scambiate è stato nel 2017 pari a 284 miliardi di dollari e dove nel 2016 sono transitati 8,86 milioni di container – quasi 4 volte il volume di traffico del porto di Genova e un quarto di quello di Shanghai – facendone il 14mo scalo al mondo secondo i dati della IAPH (Internation Association of Ports and Harbors).

    L’esperienza di Los Angeles sarà anche interessante per stabilire se l’idrogeno può reggere la concorrenza dell’elettrico puro, almeno per il trasporto pesante.

    Visto che ci sono più costruttori che stanno sviluppando camion a batteria convinti che anche in questo ambito gli elettroni presi alla spina vinceranno su quelli prodotti a bordo dalle fuel cell.

    Di sicuro, con l’allargamento della produzione e della rete di rifornimento, ci saranno benefici anche per le automobili ad idrogeno. Potrebbero dunque essere i porti uno degli hub dai quali far affermare un sistema di mobilità che sfrutta l’elemento chimico più diffuso in natura.

  • VIDEO SFIDA – SIAMO HOMO SAPIENS O HOMO PETROLEUM?

     

    Sua maestà il petrolio.
    Se parliamo di vettori energetici, nessuno è come lui. La sua densità energetica, cioè l’energia che riesce a contenere nell’unità di massa e di volume, la sua forma fisica – in condizioni ambientali che si riscontrano praticamente ovunque sul nostro pianeta – è liquida.

     

    Tanta energia in poco spazio e in poca massa, quindi con poco peso. Per di più trasportabile senza vincoli di forma per il contenitore.

    Perché un liquido si adatta ad entrare perfettamente in qualsiasi forma.

    Ecco perché il petrolio è difficilissimo da sostituire, perché ha la caratteristica più importante nella nostra era: permette di trasportare la sua energia in modo sicuro ed efficace. Nello spazio, cioè da un capo all’altro del mondo. E nel tempo, quindi permette uno stoccaggio praticamente indefinito dal punto di vista dell’orizzonte temporale, senza perdere le sue qualità energetiche.

    Un mostro. Ma proprio il suo habitat, cioè l’ambiente nel quale questa risorsa si è formata ed è conservata, lo ucciderà.

    Perché dove c’è petrolio, c’è inquinamento. E dove c’è energia da petrolio, c’è emissione di CO2, quindi un pericolo incalcolabile per l’intero pianeta. Da Homo Sapiens ci siamo trasformati in Homo Petroleum.

    Gli sfidanti. Forze e debolezze.

    Vincere contro il petrolio giocando sul suo terreno è attualmente impossibile.

    Nessun vettore energetico raggiunge le sue caratteristiche.

    Non ci riesce il carbone, che difatti è stato sostituito dal petrolio nello sviluppo energetico del XIX secolo. E non ci riesce il gas naturale, che in quanto gassoso in condizioni ambiente pone non pochi problemi di trasporto e stoccaggio.

    Non ci riescono nemmeno i nuovi vettori, che sono quelli su cui ci concentriamo.

    • Biocombustibili e combustibili sintetici. Possono essere liquidi, proprio come il petrolio, ed avere buone caratteristiche energetiche. E da un punto di vista ambientale c’è un guadagno netto in termini di CO2, potenzialmente nulla nel bilancio globale. Ma si continuano ad emettere gli inquinanti prodotti dalla combustione.
    • Elettricità. E’ la sfidante più forte. E’ un “vettore puro”, nel senso che non è disponibile in natura, come invece accade per il petrolio. Ha bisogno di essere prodotta ma questo si può fare da molte fonti, comprese le energie rinnovabili rintracciabili quasi ad ogni latitudine e longitudine. Si utilizza senza produrre emissioni e al giorno d’oggi ce l’abbiamo addirittura in tasca, con i nostri smartphone. Però se il trasporto per distanze medio-lunghe non è un problema, in tema stoccaggio richiede soluzioni specifiche, dagli accumulatori al pompaggio idroelettrico, ai volani, fino alla produzione di idrogeno.
    • Idrogeno. Ha gli stessi pregi dell’elettricità, perché si può produrre da molte fonti, comprese quelle rinnovabili, e non emette né inquinanti, né CO2, quando lo si utilizza in celle a combustibile. Però imprigionarlo per il trasporto e lo stoccaggio – gassoso ad alta pressione, oppure liquido in forma criogenica, cioè molto al di sotto di zero gradi centigradi, a ben -253 gradi – è un problema grosso.
    Che futuro fa.

    Il petrolio sembra avere ancora una lunga vita davanti.

    Soprattutto le automobili, le navi e gli aerei paiono non poterne fare a meno.

    Le emissioni che producono, quindi, sia in termini di inquinanti che di CO2 dannosa per la stabilità climatica, sono destinate ad avvelenare ancora a lungo la nostra atmosfera, l’ambiente e noi stessi.

    Dico la mia, perché le cose possono cambiare. E spesso è meglio che cambino.

    Io penso però che noi siamo Homo Sapiens, non Homo Petroleum.

    Il petrolio non ci è necessario per vivere.

    L’elettricità e un nuovo vettore, l’idrogeno, ci possono dar tutto ciò che vogliamo realizzare tecnologicamente. Dove proprio non possiamo fare a meno di un combustibile liquido e di un processo di combustione, i biocombustibili e i combustibili sintetici ci possono dare la soluzione. Ma basta petrolio.

  • VIDEO SFIDA – EMISSIONI E CAMBIAMENTI CLIMATICI L’INCREDIBILE BUGIA

     

    Non si può parlare di emissioni e cambiamenti climatici se non si parla di energia.
    E se guardiamo ai dati e alle previsioni energetiche mondiali, la lotta ai cambiamenti climatici ci appare per quello che è, purtroppo, una grande bugia.

    Il consumo mondiale di combustibili fossili continua ad aumentare

    Secondo l’International Energy Agency, ritenuto il massimo osservatorio sulla situazione energetica del pianeta, continueranno ad aumentare da qui al 2040, anno al quale si ferma la proiezione dell’ultimo Energy Outlook.

    Per limitare l’effetto serra e i cambiamenti climatici, invece, quei consumi dovrebbero diminuire. Non ci siamo, quindi, non ci siamo proprio. Non è vero che stiamo lottando contro i cambiamenti climatici e contro l’incremento della temperatura media dell’atmosfera terrestre. Al contrario, stiamo continuando ad accelerarli.

    Gli sfidanti. Forze e debolezze.

    La sfida è tra realtà e apparenza.

    Realtà.

    L’anidride carbonica è il gas di origine antropica, cioè prodotto dalle attività umane, maggiormente responsabile dell’effetto serra. Proprio l’aumento della sua concentrazione in atmosfera è indicato dai climatologi e dallo specifico panel internazionale creato nel 1988 dalle Nazioni Unite – l’IPCC (international Panel on Climate Change) che ha anche ricevuto nel 2007 il premio Nobel per la Pace insieme ad Al Gore, ex vicepresidente degli Usa.

    L’anidride carbonica “che conta” quando si parla di cambiamenti climatici è la CO2 aggiuntiva emessa.

    Quella cioè che non è frutto di un ciclo naturale dell’atmosfera così com’è oggi, in questa era geologica, come accade per la CO2 coinvolta nella fotosintesi clorofilliana – fissata dalle piante durante la loro crescita e poi rilasciata per esempio dalla combustione di un pezzo di legno.

    Ma che viene invece “dal passato”, nel senso che è stata sottratta all’atmosfera milioni di anni fa, conservata per milioni di anni sottoterra in giacimenti di carbone, petrolio, gas naturale, e oggi viene invece reimmessa in aria a causa del nostro utilizzo di quelle risorse.

    Questa è CO2 aggiuntiva, questa è quella che possiamo e dobbiamo evitare di emettere.

    Questa è l’anidride carbonica che certamente non limiteremo se l’andamento di estrazione e consumo di combustibili fossili nei prossimi trent’anni sarà quello previsto dalla IEA.

    Apparenza.

    Esistono importantissimi accordi internazionali, oggi il più importante tra tutti è quello di Parigi del dicembre 2015 (COP 21).

    Ci sono poi programmi di governo, politiche della sostenibilità di grandi e piccole aziende.

    Arrivo a dire anche i programmi scolastici e universitari di tutto il mondo ormai indicano nella riduzione delle emissioni, in particolare di quelle di CO2, un obiettivo esplicito.

    Esiste anche in questo caso una proiezione della IEA, fatta per mostrare cosa succederebbe se – per remota ipotesi – dalla teoria si passasse alla pratica.

    Le curve dei combustibili fossili scenderebbero, ovviamente. Come dovrebbero scendere se la lotta ai cambiamenti climatici fosse una cosa seria per il genere umano.

    Attenzione, perché anche questa curva prevede un continuo aumento di CO2 in atmosfera, non una riduzione. Si tratta di un rallentamento dell’incremento, necessario per limitare i danni.

    Che futuro fa.

     

    Il futuro che si sta delineando è chiaro.

    La realtà è che non stiamo affatto lottando contro il cambiamento climatico.

    La proiezione delle politiche reali da parte della IEA è netta.

    La riduzione delle emissioni di CO2 è una grande bugia.

     

    Dico la mia,perché le cose possono cambiare. E spesso è meglio che cambino.

     

    La mia idea è altrettanto netta. L’apparire deve diventare essere.

    La curva va resa discendente subito, con una iniezione massiccia di fonti rinnovabili al posto di quelle fossili

    Anche oltre le proiezioni della IEA che tengono conto degli accordi, ma sempre dal punto di vista di chi è nato e cresciuto a pane e petrolio (perché la IEA è fortemente condizionata dalle compagnie petrolifere).

    Se guardate bene i numeri, magari vedendo bene i grafici sul sito fabioorecchini.it Obiettivo Zero Emissioni, notate che la percentuale di rinnovabili al 2040 è ancora minimale.

    L’energia solare e l’eolica non sono nemmeno nominate, come se soltanto citandole alla IEA o a qualcun altro possa venire la rosolia.

    Se dalla difesa passiamo all’attacco.

    Se dall’inseguimento di una riduzione marginale delle emissioni passiamo all’Obiettivo Zero Emissioni, tutto cambia. In meglio. Questo comporta però un cambiamento energetico mai visto prima, che per tramutarsi in una opportunità di crescita economica deve essere accompagnato da politiche decise, rapide, lungimiranti.

     

  • Volkswagen power bank mobile per auto elettriche

    Le stazioni di ricarica potranno essere anche temporanee, come le mostre e i negozi di tendenza, ma soprattutto ricaricabili e trasportabili.
    Ci sta pensando la Volkswagen che ha presentato inedito concept di stazione di ricarica mobile. L’idea è apparentemente semplice: come molti portano con sé una power bank per i telefoni cellulari, perché non fare altrettanto per i veicoli elettrici?

    Il concept della Volkswagen è un’enorme power bank, dislocabile con relativa facilità, della capacità di 360 kWh, abbastanza per ricaricare completamente 10 e-Golf.

    La Volkswagen e-Golf ha una batteria da 35,8 kWh e potrà essere ricaricata dalla power bank mobile con una potenza fino 100 kW attraverso quatto punti di ricarica: due a corrente alternate e altrettanti e corrente continua.

    Quando la batteria della power bank si esaurisce, può essere sostituita con un’altra. Ma non saranno certo questi gli obiettivi e il modus operandi tipico di queste stazioni mobili.

    E’ assai probabile che le grandi batterie mobili saranno collegate a impianti fotovoltaici o ad altre forme di produzione di energia da fonti rinnovabili.

    La ciclicità di queste ultime troverà dunque un “tampone” in grado di utilizzarle al massimo e di garantire un servizio puntuale, proprio dove e quando serve. Stessa funzione potranno avere se saranno collegate alla rete, alimentandosi solo quando è necessario fornendo un utile bilanciamento della rete.

    Ma c’è anche un altro motivo che rende la nuova stazione di ricarica mobile ed è la sua integrazione industriale con il piano che Volkswagen sta approntando per l’auto elettrica.

    I moduli della quale è composta questa enorme batteria sono gli stessi delle batterie di trazione delle auto elettriche che la casa tedesca sta sviluppando per la sua MEB, ovvero la piattaforma modulare che darà vita alla famiglia di modelli ID e di quelli per gli altri marchi del Gruppo.

    Questo concetto permette un’ulteriore possibilità per la “seconda vita” delle batterie di bordo che hanno perso parte della loro efficienza.

    Dunque permette un’integrazione industriale sia orizzontale sia verticale con il nascente sistema produttivo legato all’auto elettrica, in grado di creare economie di scala, ma anche legate all’immobilizzo del bene batteria, al suo valore residuale e al suo smaltimento.

    Si tratta dunque di un concept altamente flessibile che, oltre a permettere di sviluppare meglio la rete di ricarica, permette anche di promuovere nuove forme di mobilità come, ad esempio, il car sharing elettrico. La Volkswagen ha già pronto il suo servizio WeShare, che sarà operativo dalla primavera a Berlino con ben 1.500 e-Golf e 500 e-up! per poi essere allargato ad altre città della Germania e del mondo con popolazione superiore al milione.

    Grazie ad una rete di power bank, dislocabili con relativa facilità lì dove il servizio lo richiede, si potrà adattare la logistica per il rifornimento in base alle esigenze dei clienti, agli obiettivi commerciali del servizio e persino in base alla stagionalità (località di vacanza e grandi vie di comunicazione) oppure al calendario delle festività e degli eventi.

    La sperimentazione delle nuove stazioni di ricarica mobili inizierà tra qualche mese a Wolfsburg per poi essere allargata ad altre città.

  • Orecchie pulite e industria vincente

    L’ambiente è una grande occasione di sviluppo.
    Per quelli che sono ancora duri d’orecchi ci sono i cotton fioc. Ma non più quelli di plastica, perlomeno in Italia. Il nostro paese anticipa tutti in Europa e fa scattare la sua industria al comando, pronta a cogliere l’occasione del 2021.

    Dal primo gennaio 2019 i cotton fioc in Italia possono essere solo in materiale biodegradabile.

    In questo modo il nostro Paese si mette in regola con ben 2 anni di anticipo con quanto previsto dall’Unione Europea che ha dichiarato ufficialmente guerra alle plastiche, in particolare a quelle monouso come i bastoncini dei cotton fioc, appunto, oltre a posate, cannucce o anche vaschette usate per i panini in alcuni fast food. Tutto questo sarà bandito livello continentale dal 2021.

    Del resto l’inquinamento da plastica è diventato un problema mondiale e i dati sono impressionanti.

    Solo il 30% della plastica prodotta è riciclato, il resto va a finire in gran parte in mare e costituisce l’85% dei rifiuti marini.

    Senza contare la microplastica che è presente anche nell’aria e arriva, di fatto, nei nostri polmoni e sulle nostre tavole prima di inquinare i fiumi e i mari.

    Secondo i rilevamenti di Legambiente, che ha portato avanti la battaglia per arrivare al bando dei bastoncini non biodegradabili, il 9% di tutti gli oggetti che si ritrovano sulle nostre spiagge è costituito proprio da cotton fioc.

    I prossimi prodotti ad essere messi al bando dal 2020 saranno i detergenti ad azione esfoliante, ovvero i cosiddetti “scrub” che, per realizzare il loro effetto, contengono minuscole particelle plastiche impossibili da depurare.

    Il divieto di uso e produzione della plastica permetterà, oltre a tutelare l’ambiente e la salute, di sviluppare un vero filone industriale ad economia circolare, scongiurando l’emissione di 3,4 milioni di tonnellate di CO2 equivalente e danni ambientali per 22 miliardi di euro.

    Inoltre, ci saranno ben 6,5 miliardi di risparmi per i consumatori.

    In Europa si utilizzano ogni anno 49 milioni di tonnellate di plastica, il 40% dei quali utilizzati per imballaggio, ed è un settore che genera 340 miliardi di euro e 1,5 milioni di posti di lavoro.

    Riciclare un milione di tonnellate di plastica equivale a un milione di auto in meno sulle strade.

    Mentre la quadruplicazione dell’industria del riciclo può creare 200mila nuovi posti di lavoro.

    C’è dunque un’industria da creare e che, partendo dalle norme e dai comportamenti più virtuosi, può trasformarsi in benessere totale e per tutti.

    L’Italia è partita in anticipo – non solo sui cotton fioc, ma anche sulle buste non biodegradabili nel 2011 e per l’ortofrutta lo scorso anno.

    Si tratta ora di sviluppare un’industria che porti, insieme ai benefici per l’ambiente e per la salute, un’opportunità di business che vale l’economia del futuro, quella che fa rima con ecologia e ci permetterà di prevenire molti dei problemi che attanagliano le nostre città.

    L’Italia non deve arrivare prima solo per i divieti, quindi, ma deve saperli usare per creare industria in anticipo rispetto agli altri.

  • VIDEO SFIDA – IDROGENO ATTENTI AL GRANDE RITORNO

    Idrogeno, il combustibile del futuro. Un futuro che nell’energia però non arriva mai.

    E’ il miglior combustibile che si conosca, proprio grazie ad esso ha funzionato il primo motore a scoppio della storia. Che non è di Nikolaus Otto del 1876 ma di Barsanti e Matteucci brevettato nel 1853 (23 anni prima), due scienziati italiani che con altri loro colleghi nati nel nostro paese hanno visto a lungo non riconosciuta la loro primogenitura dell’invenzione.

    L’idrogeno diventa estremamente interessante per applicazioni energetiche alla fine degli anni ’90 con la messa a punto delle celle a combustibile ad elettrolita polimerico.

    A inizio degli anni duemila la Daimler e altri costruttori lo vedono come il futuro dell’auto e le sue potenzialità come vettore energetico vengono evidenziate da scienziati ed economisti di tutto il mondo.

    Il mio libro La Società No Oil (2003) vede nel ruolo dell’idrogeno una chiave importantissima per arrivare a liberarci dei combustibili fossili.

    Oggi di idrogeno si parla pochissimo, in particolare in Italia. Ma ci sono fior di paesi e multinazionali che continuano a investire e pensano che troverà un suo ruolo nell’energia.

    GLI SFIDANTI. FORZE E DEBOLEZZE

    Le compagnie petrolifere. Ancora loro, sempre loro. Beh, visto che dominano l’energia di oggi non possono non essere in ballo quando si parla di energia di domani. Sull’idrogeno hanno un atteggiamento bifronte, da una parte lo elogiano – perché è pur sempre un combustibile e potrebbe entrare a far parte del loro business – dall’altra lo snobbano, perché non si può semplicemente estrarre scavando dei pozzi e attingendo a enormi giacimenti – come loro sono abituati a fare.

    Si presta quindi all’ingresso sul mercato di concorrenti diversi, che non passerebbero per le oil company per arrivare sul mercato. Le grandi aziende del petrolio lo vedono più di buon occhio specialmente da quando – poco dopo i primi anni Duemila – si è fatta la distinzione tra idrogeno verde (prodotto partendo da fonti rinnovabili) e idrogeno nero (prodotto da combustibili fossili), tagliando fuori di fatto tutto l’idrogeno che le compagnie petrolifere pensavano di poter produrre con le risorse a loro ben note.

    I produttori di elettricità. Anche per loro l’idrogeno è un’opportunità, perché la sua produzione e successivo utilizzo energetico permette di catturare energia rinnovabile, convertirla in idrogeno e poi riconvertirla in elettricità quando serve alla rete ed è gradito al mercato. Però è anche una scocciatura, perché è in competizione con l’elettricità per tutta una serie di utilizzi finali, dall’auto elettrica a idrogeno invece che soltanto a batterie, fino alla cogenerazione domestica di elettricità e calore, altro campo di utilizzo molto ghiotto per le celle a combustibile (tecnologia principe del sistema energetico a idrogeno). In definitiva, oggi come oggi, non lo gradiscono. Elettricità e batterie al litio sono più che sufficienti per essere protagonisti in parecchi settori.

    Il mondo dell’auto.L’auto a idrogeno è quella che nell’utilizzo riesce a raggiungere le caratteristiche di un’auto a benzina o diesel. A maggior ragione questo vale ber un autobus o un camion. Fa il pieno in tre minuti, riesce ad avere 600-800 chilometri di autonomia con un rifornimento, si rifornisce in una stazione di servizio del tutto simile a quelle attuali, come succede per il metano. Per questo era andato in auge vent’anni fa. Oggi questa convinzione è della Toyota, della Hyundai, della Honda, della Nissan in Giappone, continua ad essere anche della Daimler che in queste settimane mette in leasing la Glc ibrida a idrogeno in Germania e Giappone. La Hyundai Nexo ha oggi il record di autonomia con un pieno e contende alla Toyota Mirai lo scettro di migliore prodotto disponibile.

    CHE FUTURO FA

    L’interesse convergente delle Compagnie petrolifere e delle Aziende elettriche ha tagliato fuori l’idrogeno.

    La prospettiva del “tutto elettrico”, automobile comprese grazie alle batterie, sembra mettere d’accordo tutti. I costruttori di auto si adeguano, loro per fare le macchine hanno bisogno di una rete di rifornimento o ricarica quindi se il grande business energetico non propone l’idrogeno spostano la loro attenzione sull’auto che si ricarico con la spina. Ci sono delle eccezioni, come il Giappone e la Corea. E anche la Germania pare tenere aperta la porta dell’idrogeno. Ma Cina, Europa e America non sembrano attente al nuovo combustibile.

    dico la mia, perché le cose possono cambiare. E spesso è meglio che cambino.

    La mia opinione è che la prospettiva solo elettrica non sia sufficiente a realizzare il vero grande obiettivo.

    Le zero emissioni basate sull’utilizzo esclusivo di energie rinnovabili hanno bisogno di un altro vettore, producibile da diverse fonti e utilizzabile senza produrre inquinanti, da affiancare all’elettricità.

    Un futuro energetico a zero emissioni è più probabile e solido se nel panorama entra anche l’idrogeno.

  • L’Italia entra nell’era dell’idrogeno a 700 bar

    Anche in Italia l’idrogeno può accelerare. La pressione massima consentita per il rifornimento delle auto aumenta da 350 a 700 Bar, raggiungendo così la pressione richieste dalle più moderne vetture fuel cell che possono rifornirsi di un pieno in soli 3 minuti, ovvero un tempo analogo a quello necessario per le attuali auto a benzina o gasolio.

    Lo stabilisce il decreto del 23 ottobre scorso, pubblicato il 5 novembre 2018 sul numero 257 della Gazzetta Ufficiale, nel quale si recepiscono finalmente le direttive e i regolamenti europei che regolano la distribuzione dell’idrogeno per autotrazione.

    Il decreto disciplina l’ubicazione, la costruzione e le norme di esercizio degli impianti che potranno sorgere anche in corrispondenza di distributori per carburanti tradizionali preesistenti. Finora erano state la burocrazia e le precedenti norme sulla sicurezza a impedire che l’Italia si adeguasse al resto dell’Unione Europea e del mondo.

    L’unica stazione ad idrogeno a 700 bar presente sul suolo italiano si trova oggi a Bolzano, grazie a una specifica deroga ottenuta dalla provincia autonoma altoatesina nel 2014.

    Con l’arrivo della nuova legislazione, la Toyota ha già annunciato che la Toyota Mirai a idrogeno sarà commercializzata anche in Italia.

    Arriveranno poi le nuove Hyundai Nexo e forse anche la Mercedes GLC F-Cell. Nulla si sa al momento della Clarity di Honda, altro grande costruttore che punta con decisione all’idrogeno come carburante del futuro. Altri marchi, come Audi (che ha un accordo proprio con il gruppo Hyundai), BMW (che ha invece un accordo con Toyota), Ford, General Motors (che collabora con Honda) e Nissan hanno premuto il tasto “pausa” in relazione ai loro programmi sull’idrogeno.

    Fatta la legge, c’è ora bisogno di costruire le prime stazioni di rifornimento.

    A tale proposito, la Toyota ha firmato nel 2017 un protocollo con il Comune di Venezia mentre storicamente la prima stazione di distribuzione è quella di Milano, alla Bicocca, inaugurata nel 2004 e poi dismessa.

  • VIDEO SFIDA – SOSTENIBILITA’ LA PAROLA CHE SALVERA’ IL PIANETA

    Sostenibilità. Molti ne parlano, pochi la conoscono. La maggior parte la ignora e alcuni dicono addirittura che sia una pura invenzione teorica, che non esista in realtà un modo per definirla e quindi per realizzarla.

    La politica norvegese Gro Harlem Brundtland ha presieduto dal 1983 al 1987 la commissione delle Nazioni Unite sull’ambiente e lo sviluppo. Alla conclusione dei suoi lavori, la commissione ha pubblicato nel 1987 il cosiddetto Rapporto Brundtland (dal nome della presidente della commissione) intitolato “Our common future”- Il futuro di tutti noi. Dal Rapporto Brundtland si arriva nel 1992 alla conferenza delle Nazioni Unite di Rio de Janeiro, il primo grande incontro internazionale sullo stato del pianeta e sul suo futuro.

    La definizione del rapporto Brundtland di sostenibilità è la più nota e la più usata nel mondo.

    Lo sviluppo sostenibile soddisfa le necessità della generazione attuale, senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare le loro esigenze.

    GLI SFIDANTI. FORZE E DEBOLEZZE

    Società, cioè noi: io, te, la signora Maria e il signor Mario. Il modo in cui viviamo, la qualità della nostra vita e della nostra salute. Il nostro benessere. La società – tra gli sfidanti- è quello che parla. La sua caratteristica è la dialettica, il confronto, che diventa politica e conduce alle decisioni.

    Storicamente la società è stata la protagonista più forte, ma oggi non è più vero. La più forte è l’economia.

    Economia: la grande macchina economica nella quale siamo tutti coinvolti. Da lei dipendono gli stipendi, il prezzo della frutta, del pane e della benzina. Il costo dell’elettricità che pagano anche la signora Maria e il signor Mario. L’economia è quella che fa i conti. Troppo spesso senza guardare all’ambiente. E a volte perdendo di vista anche la società

    Ambiente: è il protagonista più importante, perché ci contiene tutti. Ma anche il più debole, perché non parla e non fa i conti. Eppure senza Ambiente non possiamo esistere, noi stessi ne siamo parte.

    CHE FUTURO FA

    Sta vincendo l’economia, non c’è dubbio. Con la finanza e i suoi protagonisti che ci spingono in una direzione per molti versi sbagliata.

    Ma l’ambiente inizia a far sentire la sua voce, attraverso segnali sempre più forti e oggi anche finalmente notati.

    E la società inizia veramente a riflettere, spingendo la politica a decisioni che se attuate non sono ancora la risposta finale ma possono veramente iniziare a far cambiare le cose.

    dico la mia, perché le cose possono cambiare. E spesso è meglio che cambino.

    La mia opinione è nella definizione di sostenibilità.

    Lo sviluppo sostenibile non consuma risorse, le usa e le riusa illimitatamente.

    Il concetto di consumo di risorse non rigenerabili è l’essenza dell’insostenibilità.

    I cicli chiusi delle risorse, oggi resi concetto economico grazie all’economia circolare, sono la chiave per uno sviluppo che non comprometta altro sviluppo. Presente, futuro o di altri che ancora non hanno accesso al benessere.