fbpx
  • Michelin presenta Uptis pneumatico senz’aria addio forature

    Il Movin’On Summit è un appuntamento prezioso per costruire il futuro della mobilità.

    Il gruppo Michelin ne è il principale promotore ma l’evento ha ormai una sua precisa identità e ambizioni che vanno ben oltre il mondo degli pneumatici.

    Perché la gomma senz’aria proprio al Movin’On di Montreal

    L’evento inizia con un pezzo suonato magistralmente al pianoforte. La vita è Arte, non bisogna mai dimenticarlo.

    Soprattutto se si sta per entrare nel pieno dei lavori di una conferenza sulla mobilità sostenibile. Un mondo migliore non è un mondo più noioso. Non lo deve e non lo può essere.

    E infatti la noia al Movin’On di Montreal non ha ragione di esistere. Qui si guarda al futuro e si può addirittura sognare. Ad una condizione, però. Che poi si inizi a lavorare seriamente perché i sogni fatti diventino realtà.

    Questo ha fatto la Michelin, presentando qui il suo prototipo Uptis (Unique puncture-proof Tire system, cioè la gomma a prova di foratura).

    Ha dimostrato il teorema. Nell’edizione di due anni fa, infatti, la stessa Michelin aveva sognato, facendo vedere il suo concept Vision, cioè lo pneumatico come dovrà essere un giorno secondo le intenzioni e le aspettative dell’azienda: senz’aria, connesso, realizzabile con stampa 3D, prodotto utilizzando soltanto materiali riciclabili e completamente biologici.

    Il prototipo Uptis la gomma a prova di foratura

    La presentazione di MIchelin Uptis rappresenta il sogno che inizia a diventare realtà. Il primo dei punti che descrivono il concept Vision – l’abolizione dell’aria, della necessità di gonfiare le ruote, del pericolo di forature – arriva veramente su strada.

    Grazie all’impiego di fibra di carbonio, lo pneumatico senz’aria passa tranquillamente su un chiodo appuntito, si fa perforare il battistrada e continua tranquillamente la sua corsa.

    Come se nulla fosse. Perché nulla è stato, visto che non c’è aria all’interno e quindi non si può sgonfiare.

    Clicca qui guarda il VIDEO col chiodo che entra ed esce.

    Obiettivo sostenibilità totale

    Il lancio di Uptis è il primo passo della Michelin verso la sostenibilità completa indicata dal concept Vision del 2017 come obiettivo dei suoi prodotti principali, cioè gli pneumatici, ma da estendere anche al complesso delle sue attività industriali ed economiche.

    Il gruppo da anni è molto attenta alle questioni ambientali e al grande movimento mondiale necessario per affrontarle adeguatamente,

    Clicca qui e LEGGI l’articolo sul Movin’On e il suo legame col precedente Challange Bibendum.

    Così anche un avanzamento tecnologico decisamente pratico nel suo obiettivo di far terminare l’era delle forature e delle gomme a terra,si mette in luce come avanzamento verso la sostenibilità.

    Questo è il punto. Il progresso è tale soltanto se ci avvicina alla sostenibilità.

     

     

     

     

  • TOYOTA AL SEEDS&CHIPS DI MILANO PER INNOVAZIONE AGROALIMENTARE E SOSTENIBILITA’ – DOSSIER

    Toyota al fianco di Seeds&Chips – The Global Food Innovation Summit, l’evento internazionale dedicato all’innovazione nella filiera agroalimentare e per la sostenibilità che si è svolto negli spazi della Fiera di Rho, a Milano. 

    La Toyota presente con Mirai a idrogeno e Lexus UX ibrida

    Il costruttore giapponese  ha infatti messo a disposizione una flotta di  quattro Toyota Mirai ad idrogeno (official car dell’evento ) e otto Lexus UX Full Hybrid. 

    Toyota Mirai

    Allo stand Toyota anche il sindaco di Milano Beppe Sala che è salito a bordo della Toyota Mirai a idrogeno.

    Il sindaco di Milano Beppe Sala a bordo della Toyota Mirai a idrogeno

    Soddisfatto della partecipazione all’evento, il board di Toyota Italia.

    Per questo evento – ha detto Mauro Caruccio, ad Toyota Motor Italia – abbiamo scelto due modelli che rappresentano la testimonianza più concreta della strategia Toyota per il futuro: Lexus UX, lanciata a marzo sul mercato italiano, e Toyota Mirai, prima berlina a idrogeno, che anticipa letteralmente il futuro.

    Ecco il VIDEO dell’intervista ad Andrea Saccone della Toyota Italia da parte di LIFEGATE

    Lexus UX Hybrid

    Lexus UX con tecnologia Full Hybrid

    Cos’è Seeds&Chips

    Seeds&Chips rappresenta una vetrina d’eccezione dedicata alla promozione di talenti e di soluzioni tecnologicamente all’avanguardia:. Nell’area espositiva decine le startup provenienti da tutto il mondo.

    Tante le conferenze organizzate dove si è discusso di scenari, modelli e innovazioni. Che stanno cambiando il modo in cui il cibo è prodotto, trasformato, distribuito, consumato e raccontato. Ma anche dello stretto legame tra alimentazione e salute.

    In primo piano, inoltre, i temi della plastica e della blockchain.

    Protagonisti gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile 2030 delle Nazioni Unite

    Grande attenzione è stata dedicata all’Africa e agli SDGs delle Nazioni Unite. A questo proposito, nel corso del Summit è stata presentata la piattaforma sorella di Seeds&Chips, Sustain&Ability.

    Protagonisti indiscussi i giovani: . I teenovator hanno aperto tutte le sessioni di lavoro. Centinaia gli ospiti, nazionali e internazionali che hanno garantito la loro presenza. Primo fra tutti l’attore Alec Baldwin, keynote speaker della prima giornata.

    Ecco il video ufficiale delle Nazioni Unite sugli obiettivi di Sviluppo Sostenibile 2030.

     

  • Buona Pasqua da FabioOrecchini.it Obiettivo Zero Emissioni

    Buona Pasqua da FabioOrecchini.it – Obiettivo Zero Emissioni.

    E’ arrivato il momento per un’accelerazione finalmente decisa e decisiva sui temi della Sostenibilità.

    Anche la Pasqua sia l’occasione per un’attenta riflessione sui profondi significati di questa svolta. Positivi da ogni punto di vista.

    Buona Pasqua a tutti!

    Fabio Orecchini

  • A cosa serve la Formula E – Video Sfida

    A cosa serve la Formula E. Il campionato per monoposto elettriche che rappresenta una sorta di Formula Uno con zero emissioni allo scarico, è alla sue quinta stagione e per la seconda volta si corre anche a Roma sull’affascinante circuito cittadino dell’Eur.

    Nata un po’ in sordina per quanto riguarda i grandi nomi dell’automobile, che in una prima fase se ne sono tenuti fuori, adesso vanta la presenza di 11 team dei quali 7 sono diretta emanazione di grandi case auto: Audi, Bmw, DS, Jaguar, Mahindra, Nissan e la cinese Nio. L’energia elettrica è fornita in tutto il campionato da Enel X e le gomme sono della Michelin per tutti. Dall’anno prossimo ci saranno anche la Mercedes e la Porsche.

    Roba seria, insomma.

    L’auto è uguale per tutti ed è realizzata dalla Spark Technologies su telaio dell’italiana Dallara, come le batterie al litio tutte uguali fornite dalla MacLaren Advanced Technologies.

    Il costo di una stagione per ogni team non è noto nel dettaglio ma può essere stimato attorno ai 20 milioni di euro. Sembrano tanti, ma sono pochissimi se li paragoniamo ai 400 milioni di costo per i top-team della Formula Uno. E garantiscono un ritorno in termini di immagine e tecnologia che al momento non ha probabilmente eguali.

    Gli sfidanti, forze e debolezze

    La sfida della Formula E non è soltanto sportiva ma culturale e tecnologica.

    Sfida culturale

    Il mercato è soltanto all’inizio e anche la semplice dimostrazione che un’auto possa perdere il rombo ed avere comunque un suo fascino costituisce di per sé un enorme valore.

    Ogni successo sportivo può quindi portare alla costruzione di un’identità capace di attirare nuovi clienti in un mercato dove gli equilibri sono ancora tutti da costruire e – come ha dimostrato la Tesla partendo da zero e arrivando a impensierire i grandi nomi del lusso – potrebbero saltare completamente le scale di valori costruite in decenni nel mondo delle auto tradizionali.

    Sfida tecnologica

    La sfida è tutta nel riuscire ad avere nuovi motori altamente efficienti e sistemi di gestione dell’energia di bordo precisi e affidabili.La batteria rimane il componente chiave di una vettura elettrica ma ha un suo filone di sviluppo che per molti versi prescinde dall’automobile. Il fatto che sia uguale per tutti in Formula E evita spreco di risorse, perché il problema principale per chi progetta auto elettriche, non è tanto quello di avere batterie sempre più capienti, economiche e affidabili ma di usare al meglio l’energia che ha a bordo.

    Le priorità attuali sul mercato sono la riduzione del costo e l’incremento di autonomia con una singola ricarica.

    Che futuro fa

    Direttamente dalle piste della Formula E arriveranno nei prossimi anni nuove logiche e sistemi inediti per il controllo dello stato di carica delle batterie, per la frenata rigenerativa, che con il suo contributo è fondamentale per ottenere elevate autonomie di marcia, di erogazione della potenza.

    Oltre a motori elettrici sempre più leggeri, compatti ed efficienti e a sistemi di regolazione e di gestione termica capaci quasi di coccolare i processi elettrochimici delle batterie.

    Il tutto insieme a nuovi materiali leggeri e a moltissimi dati estremamente utili per l’incremento della capacità di simulazione e calcolo dei software di progettazione.

    Il peso di una Formula E, nonostante 280 chili di batterie, è di 900 chili pilota compreso. Una Formula Uno, avanzatissima e costosissima, pesa soltanto il 20% in meno.

    Dico la mia. Perchè le cose possono cambiare e a volte è meglio che cambino

    La Formula E con il suo nuovo modo di correre su quattro ruote senza pistoni, senza fumo e con nuove sonorità che non sono silenzio, come qualcuno potrebbe immaginare, ma sibilo che non ha certo l’impatto sui timpani della Formula Uno ma può trasmettere a suo modo brividi ed emozioni avvicina all’auto chi oggi di auto non se ne intende.

    Tra gli intenditori, di macchine o di corse, ci sono molti scettici. Tra chi di auto non sa nulla, però, prevale la curiosità.

    E a me questa curiosità per il nuovo, capace di rimettere l’auto al centro della discussione della famiglia, piace veramente tanto.

    Una gara di Formula E si propone come una festa per lo sport – motoristico in questo caso – e per la tecnologia che guarda con ottimismo all’ambiente.

    Beh, non mi pare affatto poco.

    Anche Bernie Ecclestone sceglierebbe oggi la Formula E, clicca qui e leggi l’articolo.

  • Riciclo Made in Italy per le batterie al litio

    Arriva il riciclo Made in Italy a risolvere il grande problema del corretto recupero a fine vita dei materiali contenuti nelle batterie al litio.

    Parliamo delle batterie dei computer, degli smartphone e soprattutto di quelle – molto più grandi – delle auto elettriche e ibride.

    E’ inutile avere un’auto che non emette fumi allo scarico, infatti, se poi la batteria che ha a bordo depaupera risorse naturali ed è impossibile da riciclare recuperandone gli elementi più preziosi.

    RECUPERO DEL LITIO

    Fondamentale è il recupero del litio, materiale non raro e costoso oggi. Ma che ha enormi incognite per il futuro. Le sue riserve sono molto importanti in Sudamerica tra Cile, Argentina e Bolivia, con grossi giacimenti anche in Cina e Australia. Oltre che in Brasile, Portogallo, Afghanistan, Stati Uniti.

    Di litio ce n’è al mondo, quindi. Ma ovviamente non è infinito e l’esperienza del petrolio dovrebbe averci insegnato qualcosa.

    SI RECUPERANO anche Cobalto, Nichel, Manganese

    Se l’attenzione di molti è sul litio, perchè dà il nome alle batterie che proprio sui suoi ioni fanno affidamento per il loro funzionamento. Il riciclo Made in Italy delle batterie al litio consente anche il recupero di Nichel, Cobalto, Manganese contenuti negli accumulatori.

    Si tratta di materiali importanti da recuperare, tra i quali soprattutto il cobalto ha attirato nell’ultimo periodo l’attenzione mondiale. Questo a causa della forte concentrazione delle riserve e della produzione attuale nella Repubblica Democratica del Congo.

    la tecnologia italiana arriva da Cobat e CNR

    Il riciclo Made in Italy per le batterie al litio arriva da una ricerca affidata dal Cobat all’Istituto del CNR ICCOMIstituto di chimica dei composti organometallici di Firenze.

    Il processo italiano è completamente originale, come dimostra l’accettazione della richiesta di brevetto a livello europeo e degli ulteriori brevetti parziali di singole fasi del processo. Si tratta del risultato del lavoro affidato al CNR ICCOM nel 2014 dal Cobat, che nel 2018 ha condotto all’importantissimo risultato.

    Adesso tocca all’industria

    Ora che il processo relativo al riciclo Made in Italy per le batterie al litio è stato individuato, deve partire l’operazione industriale che consenta di sfruttarne le potenzialità. Dal punto di vista economico, oltre che ambientale. A questo proposito il Cobat ha già individuato dei partner industriali italiani coi quali far partire in Italia l’attività di riciclo con recupero pressoché totale dei componenti e dei materiali delle batterie al litio.

    Sono in ballo molti posti di lavoro, oltre che una leadership tecnologica in grado di superare la concorrenza degli altri paesi altamente industrializzati.

    Cosa succede oggi alle batterie al litio

    Attualmente le batterie al litio in Europa finiscono in gran parte in Germania, dove ci sono oltre 15 operatori industriali in grado di recuperare correttamente i componenti e parte dei materiali.

    Molti dei processi applicati, però, non sono in grado di recuperare correttamente i materiali contenuti nella cosiddetta Black Mass. La massa nera contiene proprio Litio, Manganese, Cobalto, Nichel. Oppure li recuperano soltanto parzialmente. Si limitano cioè a Cobalto e Nichel, senza riuscire a estrarre correttamente ed economicamente il Litio e il Manganese.

    Buona parte della Black Mass viene per questo inviata in Estremo Oriente. Principalmente in Corea e nelle Filippine. Qui con processi adeguati vengono estratti tutti i materiali.

    L’operazione avviene vicino alla Cina perchè le aziende di questo paese hanno la tecnologia per estrarre tutti i materiali.

    Le aziende cinesi, che sono nell’ordine delle decine, smaltiscono così tutte le batterie del mercato interno e partecipano, direttamente o indirettamente, alle attività economiche che si sviluppano in altri paesi dell’area.

    In Germania la Volkswagen ha già annunciato di voler entrare nella corsa per il recupero totale dei materiali contenuti nelle batterie al litio (clicca qui vedi articolo).

    Le dimensioni del business

    Il giro d’affari potenziale del riciclo Made in Italy per le batterie al litio è enorme. Il processo messo a punto da Cobat e CNR ICCOM di Firenze per essere economicamente interessante ha bisogno di migliaia di tonnellate di batterie al litio da trattare ogni anno. Soltanto in questo modo diventa vantaggioso estrarre tutti i materiali.

    Oggi le batterie al litio raccolte in Italia sono nell’ordine delle centinaia di tonnellate l’anno. Ma i modelli di auto elettriche e ibride si diffondono sempre di più e alcuni mercati, come quello Norvegese, già hanno espresso interesse per alternative più efficaci agli attuali processi applicati in Germania.

    La start-up italiana capitanata dal Cobat sarà in grado di partire, comunque, in modo economicamente sostenibile già con il livello attuale di raccolta nel nostro paese di centinaia di tonnellate di batterie al litio.

    La strada obbligata

    Quella del recupero di tutti i materiali compresi il Litio, il Manganese, il Nichel, il Cobalto a livello europeo e globale è una via senza alternative. Un prodotto non è sostenibile se porta al consumo di risorse non rinnovabili (clicca qui vedi articolo e VIDEO sostenibilità).

    L’auto elettrica non fa eccezione.

    Il riciclo Made in Italy per le batterie al litio rappresenta quindi un’ottima notizia per l’ambiente, per l’auto elettrica, per il riavvio di uno sviluppo industriale ed economico sano e lungimirante nel nostro paese.

  • VOLKSWAGEN ID. PIONIERE DELLA MOBILITÀ SOSTENIBILE – DOSSIER

    La nuova generazione di auto elettriche Volkswagen ID. ridurrà le emissioni per oltre un milione di tonnellate di CO2 l’anno.

    La Volkswagen rispetta l’Accordo di Parigi sul clima e pone le basi per una mobilità sostenibile con la sua gamma elettrica.

    L’inedita ID. che andrà in produzione a Zwickau alla fine dell’anno avrà un ruolo pionieristico: sarà la prima auto del Gruppo a bilancio neutro di CO2 se il suo proprietario la ricaricherà regolarmente con energia “verde”. Solo per quel che riguarda la fase di produzione, l’impronta di carbonio della ID. sarà inferiore di oltre un milione di tonnellate di CO2 l’anno.

    Guarda il video: la compatta ID.

    Un valore pari all’impatto di una centrale elettrica a carbone che fornisce corrente a 300.000 abitazioni. Inoltre, la Volkswagen sta lavorando a un programma di decarbonizzazione complessiva che include misure per altri modelli.

    La Marca offrirà più di 20 modelli totalmente elettrici entro il 2025.

    “Il cambiamento climatico è la più grande sfida della nostra epoca”, ha detto Thomas Ulbrich, Membro del Consiglio d’Amministrazione della marca Volkswagen responsabile della mobilità elettrica. “La Volkswagen si sta assumendo le sue responsabilità dal punto di vista ambientale: la nuova ID. sarà la prima auto elettrica del Gruppo con produzione a impatto climatico neutro. Per assicurare che rimanga senza emissioni per l’intero ciclo di vita, stiamo lavorando a tanti livelli perché sia possibile usare energia verde per la sua ricarica”.

    “Una mobilità davvero sostenibile è possibile se la vogliamo tutti e tutti ci lavoriamo” – aggiunge Thomas Ulbrich.

    Georg Kell, il direttore fondatore del Global Compact delle Nazioni Unite e portavoce del Consiglio di Sostenibilità del Gruppo Volkswagen, dice:

    “Le emissioni di CO2 prodotte dalle attività umane devono essere ridotte il più rapidamente possibile. Sin dalla fondazione, il Consiglio di Sostenibilità della Volkswagen ha lavorato sodo per assicurare che la salvaguardia del clima fosse una delle priorità strategiche del Gruppo. La Volkswagen sta perseguendo l’approccio giusto con la ID. e la gamma elettrica. È arrivato il tempo di mettere in pratica questo piano”.

    Energia verde dalla produzione delle celle per la batteria alla ricarica. Per la ID., la Volkswagen ha focalizzato l’intera catena del valore verso l’obiettivo di evitare e ridurre emissioni di CO2. Le celle delle batterie al litio saranno prodotte in Europa e l’energia per il processo arriverà da fonti rinnovabili. Ulteriori potenziali riduzioni di emissioni nella catena di fornitura fin dall’approvvigionamento di materie prime sono in fase di analisi con l’aiuto di fornitori diretti e indiretti.

    La fabbrica di Zwickau sta già utilizzando energia prodotta da fonti rinnovabili. Le emissioni inevitabili nel processo produttivo vengono compensate da investimenti in progetti ambientali certificati. Grazie a tutto ciò, la ID. sarà prodotta con impatto neutro di CO2 sin dall’inizio.

    Per ricaricare, la Volkswagen raccomanda l’uso di energia da fonti rinnovabili come eolico e idroelettrico. Elli, la nuova controllata Volkswagen, ha cominciato di recente a offrire elettricità verde sotto il nome di Volkswagen Naturstrom.

    La rete di ricarica rapida IONITY creata dalla Volkswagen e da altri Costruttori offrirà energia verde in circa 400 stazioni di ricarica sulle autostrade Europee, dove possibile.

    La Volkswagen dà il suo supporto alla trasformazione energetica tedesca, tenendo in considerazione il fatto che le auto elettriche sono pulite solo se l’energia utilizzata per produrle e ricaricarle è di origine rinnovabile. La Volkswagen ha affermato in più occasioni di sostenere espressamente la transizione programmata della Germania verso l’energia sostenibile. La svolta della mobilità elettrica si dimostra così possibile solo grazie a un’alleanza tra industria, società e politica.

    Dalle norme sulle abitazioni all’espansione dell’infrastruttura pubblica di ricarica, l’obiettivo deve essere di rimuovere rapidamente le barriere sulla strada della piena sostenibilità.

    La compatta ID. inizierà a uscire dalla catena di montaggio di Zwickau verso la fine del 2019.

    Il SUV ID. CROZZ, il bus ID. BUZZ e la berlina tre volumi ID. VIZZION seguiranno in poco tempo.

    La marca Volkswagen ha un programma di investimento di circa 9 miliardi di Euro in mobilità elettrica entro il 2023.

    Nel 2020, si inizierà con l’arrivo sul mercato della versione di serie della compatta ID., una cinque porte con ampio portellone posteriore, che richiama nelle sue geometrie l’iconica Golf, proiettandola verso il del futuro.

    La compatta ID., da 125 kW, sarà un’auto elettrica altamente automatizzata, basata su un’architettura elettrica completamente nuova di Volkswagen.

    La versione di serie sarà lanciata al livello di prezzo di una Golf Turbodiesel, con potenza e equipaggiamenti comparabili.

    Guardando ancora più lontano nel futuro, grazie alla modalità Pilot ID., l’auto consentirà una guida completamente automatizzata. Questa tecnologia dovrebbe essere pronta per la produzione di serie dal 2025.

     

    È stata inoltre confermata anche la finestra temporale per il lancio del successivo modello ID.: la ID. CROZZ, un SUV a trazione integrale a emissioni zero, previsto anch’esso per il 2020.

    Guarda il video: il SUV ID.CROZZ

    La Volkswagen e la Volkswagen Veicoli Commerciali hanno confermato che il van a zero emissioni ID. BUZZ – la nuova interpretazione del leggendario Volkswagen Bulli – sarà in commercio nel 2022 come parte integrante della famiglia ID.

    Guarda il video: il bus ID.BUZZ

    La ID. VIZZION è una limousine di classe superiore di prossima generazione. Manovrabile tramite comandi vocali e gestuali. Per la prima volta capace di apprendere grazie all’Intelligenza Artificiale.

    Guarda il video: la limousine ID.VIZZION

    Ad accomunare tutti i prototipi ID. la base costruttiva specifica e un DNA stilistico dedicato alla elettromobilità. Ulteriori caratteristiche comuni: autonomia a emissioni zero da 330 a oltre 550 km, configurazione degli interni in stile lounge (Open Space), digitalizzazione di tutti gli elementi di visualizzazione e di comando e integrazione di una modalità di marcia completamente automatizzata, disponibile a richiesta (ID. Pilot).

    Mondo reale e virtuale si fondono. L’interazione con la ID. VIZZION avviene virtualmente con l’ausilio della realtà aumentata (AR). La connettività a 360° regala un interessante viaggio in un ipotetico anno 2030 con un mondo in cui quasi tutto sarà concepibile e possibile in termini di mobilità.

    La tecnologia di comunicazione dell’auto si evolve dunque in un’assistente virtuale in grado di apprendere e reagire in modo empatico. Ma la ID. VIZZION offre soprattutto un altro importante vantaggio: più spazio e tempo per i passeggeri.

    Perché può trasformarsi in uno Smart Device su ruote che non necessita di guidatore ed è collegato in rete in modo così completo da diventare parte integrante del mondo digitale. Perché mette a disposizione di tutti gli ospiti (la figura del guidatore può venire meno) uno spazio libero in cui rilassarsi, comunicare, lavorare e definire la destinazione mentre si è in viaggio.

    Grazie all’interazione intuitiva tra uomo e macchina mediante realtà aumentata e occhiali Mixed-Reality di nuova concezione – basati sull’HoloLens sviluppato da Microsoft – oltre ai comandi vocali che riconoscono la voce in modo naturale, i comandi della ID. VIZZION risultano totalmente intuitivi. Grazie alla lounge interattiva, l’Open Space, il più grande tra tutti i modelli ID. finora presentati dalla Volkswagen si evolve così in uno spazio tutto da vivere, mobile e personalizzabile.

    Per i comandi tramite realtà aumentata occorrerà presumibilmente attendere fino al 2030, mentre la guida autonoma di livello 5 è ipotizzabile già a partire dal 2025 in base alle normative e alle richieste dei clienti.

    Il design della ID. VIZZION, la trazione integrale elettrica affidata a due motori elettrici con potenza di sistema pari a 225 kW, una batteria ad alta tensione con 111 kWh di capacità e circa 600 chilometri di autonomia indicano chiaramente la strada da seguire verso un futuro ormai alle porte.

  • IL RUGGITO – I NUMERI DEL DIESEL RIMANGONO SUPER 

    DI MARIO CIANFLONE – GIORNALISTA DEL SOLE 24 ORE

     

    Ho fatto il pieno, 50 litri, a una macchina diesel.
    Sì, a una vituperata auto a gasolio.

    Ho fatto 30 km e quale era l’autonomia residua indicata dal computer di bordo? 890 chilometri.

    Ripeto: ottocentonovanta chilometri. Come da Milano a Bari o da Milano a Lipsia.

    Così per dire.

    In realtà poi ho fatto altri 250 km e i consumi, in abito urbano, sempre a Milano con un po’ di tangenziale trafficata e tratti veloci sono rimasti coerenti: 18 km con un litro di gasolio.

    Questa è sostenibilità ambientale ed economica.

    Ed è anche la conferma dell’efficienza dei turbodiesel che si traduce in scarsa CO2 emessa allo scarico e valori di NOx molto bassi.

    L’auto in questione è una BMW X2 spinta dal noto 1.995 cc bavarese da 140 cavalli euro 6. Ma il modello non è importante. Almeno, non del tutto. Quello che conta è l’efficienza e con nessuna ibrida ho mai riscontrato prestazioni simili in termini di efficienza ed economicità.

    Ovviamente nessuna elettrica potrebbe garantirmi mille chilometri di autonomia.

    Ed è un dato che fa riflettere perché viene il dubbio che sulla scia di una elettrificazione forzata a suon di “pesanti” ibride e di un abbandono del diesel sostituito da piccoli e assetati turbobenzina si stiano facendo dei gran danni all’ambiente e all’economia.

     

  • Orecchie pulite e industria vincente

    L’ambiente è una grande occasione di sviluppo.
    Per quelli che sono ancora duri d’orecchi ci sono i cotton fioc. Ma non più quelli di plastica, perlomeno in Italia. Il nostro paese anticipa tutti in Europa e fa scattare la sua industria al comando, pronta a cogliere l’occasione del 2021.

    Dal primo gennaio 2019 i cotton fioc in Italia possono essere solo in materiale biodegradabile.

    In questo modo il nostro Paese si mette in regola con ben 2 anni di anticipo con quanto previsto dall’Unione Europea che ha dichiarato ufficialmente guerra alle plastiche, in particolare a quelle monouso come i bastoncini dei cotton fioc, appunto, oltre a posate, cannucce o anche vaschette usate per i panini in alcuni fast food. Tutto questo sarà bandito livello continentale dal 2021.

    Del resto l’inquinamento da plastica è diventato un problema mondiale e i dati sono impressionanti.

    Solo il 30% della plastica prodotta è riciclato, il resto va a finire in gran parte in mare e costituisce l’85% dei rifiuti marini.

    Senza contare la microplastica che è presente anche nell’aria e arriva, di fatto, nei nostri polmoni e sulle nostre tavole prima di inquinare i fiumi e i mari.

    Secondo i rilevamenti di Legambiente, che ha portato avanti la battaglia per arrivare al bando dei bastoncini non biodegradabili, il 9% di tutti gli oggetti che si ritrovano sulle nostre spiagge è costituito proprio da cotton fioc.

    I prossimi prodotti ad essere messi al bando dal 2020 saranno i detergenti ad azione esfoliante, ovvero i cosiddetti “scrub” che, per realizzare il loro effetto, contengono minuscole particelle plastiche impossibili da depurare.

    Il divieto di uso e produzione della plastica permetterà, oltre a tutelare l’ambiente e la salute, di sviluppare un vero filone industriale ad economia circolare, scongiurando l’emissione di 3,4 milioni di tonnellate di CO2 equivalente e danni ambientali per 22 miliardi di euro.

    Inoltre, ci saranno ben 6,5 miliardi di risparmi per i consumatori.

    In Europa si utilizzano ogni anno 49 milioni di tonnellate di plastica, il 40% dei quali utilizzati per imballaggio, ed è un settore che genera 340 miliardi di euro e 1,5 milioni di posti di lavoro.

    Riciclare un milione di tonnellate di plastica equivale a un milione di auto in meno sulle strade.

    Mentre la quadruplicazione dell’industria del riciclo può creare 200mila nuovi posti di lavoro.

    C’è dunque un’industria da creare e che, partendo dalle norme e dai comportamenti più virtuosi, può trasformarsi in benessere totale e per tutti.

    L’Italia è partita in anticipo – non solo sui cotton fioc, ma anche sulle buste non biodegradabili nel 2011 e per l’ortofrutta lo scorso anno.

    Si tratta ora di sviluppare un’industria che porti, insieme ai benefici per l’ambiente e per la salute, un’opportunità di business che vale l’economia del futuro, quella che fa rima con ecologia e ci permetterà di prevenire molti dei problemi che attanagliano le nostre città.

    L’Italia non deve arrivare prima solo per i divieti, quindi, ma deve saperli usare per creare industria in anticipo rispetto agli altri.

  • VIDEO SFIDA – SOSTENIBILITA’ LA PAROLA CHE SALVERA’ IL PIANETA

    Sostenibilità. Molti ne parlano, pochi la conoscono. La maggior parte la ignora e alcuni dicono addirittura che sia una pura invenzione teorica, che non esista in realtà un modo per definirla e quindi per realizzarla.

    La politica norvegese Gro Harlem Brundtland ha presieduto dal 1983 al 1987 la commissione delle Nazioni Unite sull’ambiente e lo sviluppo. Alla conclusione dei suoi lavori, la commissione ha pubblicato nel 1987 il cosiddetto Rapporto Brundtland (dal nome della presidente della commissione) intitolato “Our common future”- Il futuro di tutti noi. Dal Rapporto Brundtland si arriva nel 1992 alla conferenza delle Nazioni Unite di Rio de Janeiro, il primo grande incontro internazionale sullo stato del pianeta e sul suo futuro.

    La definizione del rapporto Brundtland di sostenibilità è la più nota e la più usata nel mondo.

    Lo sviluppo sostenibile soddisfa le necessità della generazione attuale, senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare le loro esigenze.

    GLI SFIDANTI. FORZE E DEBOLEZZE

    Società, cioè noi: io, te, la signora Maria e il signor Mario. Il modo in cui viviamo, la qualità della nostra vita e della nostra salute. Il nostro benessere. La società – tra gli sfidanti- è quello che parla. La sua caratteristica è la dialettica, il confronto, che diventa politica e conduce alle decisioni.

    Storicamente la società è stata la protagonista più forte, ma oggi non è più vero. La più forte è l’economia.

    Economia: la grande macchina economica nella quale siamo tutti coinvolti. Da lei dipendono gli stipendi, il prezzo della frutta, del pane e della benzina. Il costo dell’elettricità che pagano anche la signora Maria e il signor Mario. L’economia è quella che fa i conti. Troppo spesso senza guardare all’ambiente. E a volte perdendo di vista anche la società

    Ambiente: è il protagonista più importante, perché ci contiene tutti. Ma anche il più debole, perché non parla e non fa i conti. Eppure senza Ambiente non possiamo esistere, noi stessi ne siamo parte.

    CHE FUTURO FA

    Sta vincendo l’economia, non c’è dubbio. Con la finanza e i suoi protagonisti che ci spingono in una direzione per molti versi sbagliata.

    Ma l’ambiente inizia a far sentire la sua voce, attraverso segnali sempre più forti e oggi anche finalmente notati.

    E la società inizia veramente a riflettere, spingendo la politica a decisioni che se attuate non sono ancora la risposta finale ma possono veramente iniziare a far cambiare le cose.

    dico la mia, perché le cose possono cambiare. E spesso è meglio che cambino.

    La mia opinione è nella definizione di sostenibilità.

    Lo sviluppo sostenibile non consuma risorse, le usa e le riusa illimitatamente.

    Il concetto di consumo di risorse non rigenerabili è l’essenza dell’insostenibilità.

    I cicli chiusi delle risorse, oggi resi concetto economico grazie all’economia circolare, sono la chiave per uno sviluppo che non comprometta altro sviluppo. Presente, futuro o di altri che ancora non hanno accesso al benessere.

  • LA SOCIETA’ NO OIL UN NUOVO SVILUPPO E’ POSSIBILE

    Il libro introduce e propone una definizione di sviluppo sostenibile che consenta di “misurare” la bontà dei modelli e delle tecnologie.

    Lo sviluppo sostenibile non consuma risorse. Le usa e le riusa, illimitatamente.

    Dove c’è consumo, cioè si toglie alle generazioni successive la potenzialità di accesso alla stessa quantità di risorse a disposizione della generazione attuale, non c’è sostenibilità.

    Si prospetta già nel 2003, anno di pubblicazione della prima edizione, lo scenario di uno sviluppo senza petrolio come emblema – applicato all’energia – di una soluzione valida a livello globale.

    Prima edizione del libro “La società No Oil”, 2003

    Un sistema energetico basato sulle fonti rinnovabili e sulle nuove tecnologie per il loro sfruttamento non ha i limiti intrinseci di disponibilità e concentrazione della fonte tipici del petrolio e degli altri combustibili fossili.

    Nella società No Oil lo sviluppo può essere veramente per tutti, perché le fonti sono potenzialmente illimitate. E le tecnologie di sfruttamento e utilizzo sono a zero emissioni.

    Fonti rinnovabili di energia e vettori energetici come l’elettricità, i biocombustibili, l’idrogeno permettono di realizzare tutti gli usi finali dei quali la società umana ha bisogno. Non solo, ma la ricerca, lo sviluppo e la diffusione delle nuove soluzioni energetiche, dai sistemi di accumulo per elettricità e idrogeno, alle celle a combustibile e tutte le nuove filiere permettono finalmente e veramente una vera e proprio rinascita economica.

    La società No Oil non è una scelta ma una necessità. Gli interessi dell’attuale meccanismo economico che governa il sistema energetico sono basati su dinamiche che hanno funzionato finché lo sviluppo è stato per pochi. Il mondo globale ha bisogno di soluzioni capaci di superarne i limiti intrinseci.

    I cicli chiusi delle risorse energetiche sono alla base del sistema che l’uomo ha il dovere e l’urgenza di realizzare.

    Non si tratta di un processo semplice, né di breve durata. Guai però a non comprenderlo e governarlo. Oggi si parla finalmente di Economia Circolare, il libro ne rappresenta l’anticipazione, all’inizio degli anni Duemila, focalizzata sul cruciale ciclo delle risorse per l’energia.